Tuesday, July 25, 2006

Un grano di miglio part. VII

"L’Italia è piena di attori…" commentava con malcelata acidità Orson Welles l’unanime sorpresa di un grande film italiano interpretato da attori non professionisti. Ci andò bene…: solo aprendo un pochettino la valvola Welles avrebbe potuto anche commentare "L’Italia è piena di ladri… e non solo di biciclette…". Ma a pensarci bene.. meglio la prima. Certo, in quegli anni erano ancora freschi i cinegiornali con Mussolini flessibile di articolazioni che roteava bulbi oculari e neologismi contemplando campi di grano e patetiche parate di patetici carretti armati alla meglio, dove effettivamente c’era un che di recitina parrocchiale, con il reuccio dai baffoni posticci ed il cappellone un po’ troppo alto, la reginotta procace accanto, i generali con il panzone su cui si distendevano (praticamente in orizzontale) le medaglie, gli ossuti gerarchi con la brillantina e l’occhio annaspante a cercare il segno di "la battuta è tua mo’…" o il "psst-psst" da dietro le quinte, il popolo festante, festante comunque (l’italico, quello "acciaiato" di Storace, l’ uomo che respirava per ordine del duce). ‘Sto commento di Orson Wells lo apprezzai forse in pieno quando mi balzò all’occhio un dettaglio del filmato finale, il filmato che avevo visto più volte e che capita spesso di rivedere, il filmato di piazzale Loreto. L’hanno tirato giù il cadavere di Mussolini, sconquassato, la testa ottagonale a forza di botte, un occhio che mi sembra spostato, anche se ancora un po’ aperto, come l’altro e la bocca. Accanto, sulla destra, c’è la Petacci, il suo corpo tocca quello del "suo" uomo, la faccia sporca di sangue e la camicia bianca un po’ aperta sul petto, pulita, almeno sembra pulita. Sulla sinistra c’è una ragazza, viva però, e lo dice, di essere viva, alla macchina che registra le immagini, con le mani sui fianchi ed il sorriso. Poi si gira verso il cadavere e gli sputa, grossomodo in faccia. Poi riguarda nell’obiettivo e risorride, Poi di nuovo: sputo, sguardo dritto e mani sui fianchi, sorriso da aspirante diva. Chi era ‘sta ragazza? Come si chiamava ‘sta ragazza milanese? Che fine ha fatto? Moglie-sorella-fidanzata (madre no, troppo giovane) di uno dei partigiani impiccati (15, mi pare) sempre lì, a piazzale Loreto, pochi giorni prima? Una ragazza carina fra l’altro, giovane, probabilmente nata dopo la Marcia su Roma, che tira certe sputacchiate, cacchiarola, ferma, ogni tanto vibra appena perché qualcuno, da dietro, la urta nel casino generale, ma lei è concentratissima sulla sequenza sputacchiata-sorriso e non si muove di lì, perfettamente cosciente del suo ruolo di Nuova Italia che rompe con il Passato per risorgere più bella e splendente che pria, ci somiglia persino un po’ alla matrona-italia che vedevo stampata sulle monete fino a qualche tempo fa. Uno dice: ma che cacchio, però la sputacchiata non c’entra. Rispondo: la sputacchiata è essenziale, c’è del genio teatrale, proprio lì, nello scompattamento del dramma.
Torniamo un attimo indietro, ai cinegiornali del regime, quelli con la voce declamatoria un po’ nasale che illustrava con oratoria a bocca rotonda (ma tutti capivano che diceva?) l’impero, tagli di grano ed armamenti poderosi vari e confrontiamoli con quelli, coevi, dei tedeschi del Terzo Reich. I tedeschi producevano filmati di regime da manuale, compatti e taglienti come una baionetta, piatti, in fin dei conti, come una baionetta, appunto. Il tema delle due tipologie produttive è più o meno sempre quello, o almeno lo sembra, addirittura gli interpreti potrebbero sembrare gli stessi, ma alla fine sono i tedeschi quelli che ti mettono paura. Cosa ha di meno ridicolo, di meno incongruo con la religione da loro stessi evocata e predicata un Hitler con i baffetti ed il culetto da puttino, un Gobbels alto m. 1, 50 ad abbondare, azzoppato dalla polio (lui diceva che era una ferita di guerra), un Goering con il panzone e la fialetta di morfina nel taschino, un Himmler con la faccia da bracco e le spallucce cadenti? Ce ne fosse stato uno alto, biondo, occhi azzurri da operazione Lebensborn, tranne forse Heydrich su cui pesava il sospetto di sangue ebraico. Ma tu te lo saresti messo il cappello con il teschio e le tibie incrociate avendo una facciottina come quella di Himmler? Oppure, non avresti scelto un altro attore o, avendo solo quello lì, non gli avresti detto: dai, togliti ‘sto cappello con la capa di morto, che, davvero, chi vuoi che ti creda? Ma mettono paura. Non è solo la raffinata regia della Reifensthal, è che proprio loro sono, sorprendentemente, coerenti con le fiaccole ordinate a forma di svastica, con gli elmetti a zig-zag che nascondono gli occhi, con i carri armati con le corazze di cemento, con gli Stukas che, giù, picchiavano con il fischio raggelante (messo lì a bella posta, mica venuto per sbaglio). Sono maschere di sciamani di una religione che ignora la contraddizione, l’ha piallata, non superata o trascesa; loro possono bagnarsi sempre nelle stessa acqua dello stesso fiume che scorre, sono immobili su un qualche vertice acuminato, avvinti nel supremo Potere, che bello non può essere ed è per questo che belli non sono manco loro: i loro corpi sgraziati sono il pegno pagato al Superno, scarnificati, resi immateriali dalla Missione Suprema. Sono l’Armonia Nuova, totale, cristallina, incorruttibile, che tutto omogeneizza. Sono la Classicità e la Purezza che l’ Occidente di tanto in tanto sogna. La loro fine, si sa, è nello stesso stile: lì nel bunker sotterraneo, con la Hitler Jugen che si sta facendo massacrare, il rombo dei cannoni in sottofondo, il matrimonio, la panna, niente sigarette che il Fuhrer si incazza, cianuro alla cagna ed ai cuccioli per vedere se funziona, si, funziona, quindi cianuro alla signora Gobbels che da’ le capsuline ai cinque figli, colpo di pistola, tentativo di bruciare i cadaveri, tentativo non completamente riuscito, piccola imperfezione, imperdonabile. Nella pira funebre pare che si consumi solo uno dei due testicoli del Fuhrer; i medici russi che eseguono l’autopsia annotano gongolanti sul referto che Hitler ci aveva una palla sola, ergo…
Hitler non si è mai sognato di mettersi a torso nudo a tagliare il grano, a fare il cavallerizzo, il pilota o, insomma, ad interpretare di persona un mito qualsiasi, non guarda nell’obiettivo della macchina da presa; più o meno compare quasi sempre in divisa, sta recitando un univoco dramma a sbocco obbligato. Vuoi mettere? Mussolini impennacchiato, con il fez, in costume da bagno, alla posa della prima pietra (con tanto di cazzuola e cemento), Mussolini automobilista, in rendigote, con la cacciatora, che balla, fa il ginnasta, di giorno spezza le reni ai cavalli e di notte alle donne. Mussolini guarda nell’obiettivo. E con lui tutti gli altri. Sa forse molto bene che l’italico popolo non è per niente "acciaiato", anzi, per usare le sue parole, il popolo italiano urla con urlo muto un solo sentimento: "Fate quel che volete, ma fatecelo sapere dopo…". L’entrata in guerra è "mi servono mille morti per sedermi al tavolo dei vincitori" (ma non l’aveva detta pure Cavour ‘sta cosa). Gli otto milioni di baionette sono addirittura scenografiche e pure un tantinello superflue. Due schioppettate dalle alpi addosso ai francesi e voilà, "abbiamo" conquistato la Francia. Mussolini un po’ fa il grande condottiero ed un po’ il gran figlio di, il furbone. L’espressione "figlio di…" credo abbia connotati positivi solo nella nostra lingua e si può sussurrare anche durante il ventennio che Mussolini è un gran figlio di. Gli hanno ampiamente relazionato, al Condottiero, che l’esercito non è assolutamente pronto, per dirla tutta fa quasi schifo, nell’agosto del ’39 il Duce aveva chiesto alla Germania materiale bellico equivalente a 17.000 treni merce. Vabbè, è solo una finzione, è teatro. Arte. La pluricentenaria e sempre nuovissima tradizione del teatro italiano arriva in soccorso. Si sta svolgendo un qualcosa, lì sulla scena, qualcosa in cui non si capisce cosa è tragedia e cosa è commedia, le contraddizioni convivono e si assommano senza confondersi, la lettura diventa a più piani, complessa, il dramma (nel suo etimologico significato di "azione" scenica) viene scompattato, perde l’obbligatorietà di senso ed interpretazione, la stessa "finzione" sembra essere accolta nell’economia dello spettacolo e, di rimando, la realtà diventa occasione di finzione scenica. Come dicevano i comici dell’arte agli attori classici francesi: "Se durante un vostro spettacolo cadesse un lampadario in sala voi avreste finito di recitare. Noi cominceremmo proprio da lì". Ed avevano fatto scuola. La modernità inizia anche da lì, dalla constatazione delle contraddizioni (azzardo, mi butto), della faccia doppia, tanto cara alle culture popolari spiaccicate dallo ordinato catalogare chiesastico. Nel caso nostro: realtà/finzione, comico/tragico, eroe/destino avverso, razionalità/istinto, da categorie immanenti e scritte in pagine diverse, diventano punti di vista, ossimori accavallati. L’arte anticipa il dualismo onda/particella della fisica quantistica (boom… ammazzate questa…). La contraddizione migra dalle diverse maschere, dai diversi personaggi dritto fin dentro l’opera, dritto fin dentro al personaggio, il Clown bianco e l’Augusto del circo ("vieni avanti cretino"), seppur sgomitando, trovano spazio equanime all’interno del cuore del personaggio. Shakespeare ha il suo eroe-antieroe Amleto, nonno di tutti gli esseri-non esseri a seguire, giù giù fino a Gregorio Samsa e oltre. E, per tornare a noi, De Niro sarà pure un grande attore, ma vuoi mettere con le grandi maschere tragicomiche di Manfredi, Tognazzi, Gasmann, Mastroianni, Toto’, Sordi, Troisi, I De Filippo, Magnani, Vitti, Pica, Chiari e mi perdonino tutti gli altri? Vuoi mettere con "Ladri di biciclette"?
La ragazza carina e sputacchiante ha quasi la leggiadra sfrontatezza di Colombina, il cadavere scomposto sembra quasi un manichino, un Pinocchio da completare e che rimarrà incompleto perché ad una ragazzina capricciosa non piace questo giocattolo che ha trovato il suo destino ultimo in una pompa di benzina, ha trovato lì la Giustizia, di solito tanto incupita e corrugata, che è solo una ragazza che sputacchia, sculetta pure e guarda in macchina, conscia che anche lì, poi, non è che si stia decidendo granchè, è solo una piccola finzione, è teatro, è una tragedia scritta come se fosse una commedia o una commedia scritta come se fosse una tragedia, ammiccando allo spettatore dicendogli che forse non ci ha capito un bel niente, dovrà pensarci su. Arte.
L’Italia è piena di attori. Molta parte della storia italiana ha questa marcia in più. Insomma: mestatori, crudeltà, poteri occulti, interessucoli ed interessoni di categorie, classi, corporazioni, corruzione realtiva ci stanno dappertutto, mica solo qui. Ma a leggere qui e lì come posso fare io, spesso mi torna in testa Eduardo De Filippo che ne "L’arte della commedia" dice più o meno (volevo fare la citazione esatta, ma non trovo il volume nella mia biblioteca… dove è finito?): "Quando devo recitare con un paio di baffi me li azzecco sempre un po’ storti, così lo spettatore deve capire che sto recitando, ma deve anche convincersi che faccio sul serio". A leggere qui e lì ti ritrovi sempre con un baffo storto appiccicato così, d’intenzione, che invita a guardare dietro, magari anche solo per trovarci un po’ di sciattoneria o di stupidità pura, ma, comunque, non esattamente quello che è stato visto e detto durante lo spettacolo. La povera signorina Montesi, secondo la prima indagine dei carabinieri, era morta facendosi un pediluvio in un mare un po’ troppo mosso. La Montesi fu trovata cadavere su una spiaggia, il cadavere di una ragazza bella, ma, in fin dei conti anonima, riservata, un po’ misteriosa. La cosa minacciava di essere grossa, grossa assai, con tanto di figli di potenti, sesso, droga. Si vociferava sui giornali di festini in belle ville, di incontri notturni, di giri particolari. Qualche vignetta alludeva chiaramente a specifici personaggi. Forse nell’Arma ci fu chi volle essere più realista del re, coprire preventivamente, levarsi ‘sta rogna: la signorina Montesi, passeggiando, era presa da irrefrenabile desiderio di un pediluvio ed immergeva incautamente i piedi in un mare troppo mosso, tale che un’improvvisa ondata… Ancora oggi la signorina Montesi è morta di non si sa di che. Pare che i potenti indicati non ci azzeccavano niente, ma nemmeno il pediluvio. Capisco la fretta, ma proprio niente di meglio del pediluvio…? Ma è una tragedia o una commedia? E’ vero o è finzione? E’ il baffo storto.
Durante il rapimento Moro viene fatta una seduta spiritica in una casa in campagna a cui partecipano illustri docenti bolognesi, fra cui Romano Prodi. Viene "evocato" lo spirito di Moro (anche se era ancora vivo) e Moro "comunica" poche parole e numeri, fra cui il nome "Gradoli". Viene informata la famiglia Moro. La signora Eleonora Moro al processo riferirà poi che lei aveva passato l’informazione a chi di dovere ed esplicitamente chiesto ad uno dei capintesta se a Roma ci fosse una via Gradoli, ma le fu risposto che era stato controllato sulle pagine gialle e che no, non c’era una via Gradoli a Roma. Però perquisirono il paesino di Gradoli, con cani, militi in assetto di combattimento, armamentari vari che spaventarono a morte vecchini e galline. Magari una telefonatina ai vigili urbani di Roma invece delle pagine gialle…? Via Gradoli è ancora lì. Dietro una finestra puoi intravedere un bel paio di baffoni, storti.
La banda della Magliana aveva il suo deposito di armi in uno scantinato del Ministero della Sanità; l’ "armadio della vergogna" con dentro succulenti documenti e prove delle stragi nazi-fasciste, è messo con l’apertura rivolta verso il muro, così, per non farsi notare; dopo circa un quarantennio si riapre l’inchiesta sulla morte di Mattei e, ma guarda, si trovano tracce di esplosivo nei rottami dell’aereo; dopo quasi un sessantennio si riapre l’inchiesta su Portella delle Ginestre e si trovano tracce di proiettili in dotazione (pare con l’esclusiva) all’esercito americano; tentativi di golpe fidando sulla Guardia Forestale; anarchici che si autoaccusano di stragi approfittando di una finestra lasciata aperta per il caldo (fa un freddo boja ed è inverno); il politico napoletano riciclato nel 2006, beccato a suo tempo proprio nel momento della ricezione della valigetta rimpinzata di bigliettoni, parla (nel 2006 e senza ombra di ironia) di "sinergie" fra politica ed imprenditoria locale; tutto un po’ misterioso e tutto un po’ sgangherato. Dietro i baffi finti ed azzeccati storti intravedi un sorrisetto satollo e spelucchiato. Ed al popolo piacciono queste cose; al popolo piacciono le parole difficili ed imita, cose e parole. Il popolo ama il teatro. Ci crede e non ci crede, nel teatro, come è giusto che sia. Qui mi scivolano righe non mie: "Lo Stato si considerava quasi universalmente un estraneo importuno che ognuno aveva il diritto e poco meno che il dovere di defraudare. Il rubare era riprovato dai più, ma nella sfera privata, furtiva…; invece l’arrangiarsi nei confronti di qualunque ente pubblico, o anche di enti impersonali, era molto diffuso". Poi continua, Meneghello, con l’incanto stupefacente della sua scrittura, ma l’ osso è questo. Mentre Basfield marchiava a fuoco l’intero Sud Italia con il suo "familismo amorale", il baluardo pseudo-ideologico innalzato delle plebi meridionali contro ogni forma di decoroso vivere civile, Meneghello ricordava in "Libera nos a Malo" (uno dei più bei libri da me letti, ma non per i motivi che qui sviluppo) il suo paese natio, Malo, appunto, provincia di Vicenza, con il suo uguale carico di teatralità. Indimenticabile una predica di Don Culatta:
-- "Parrocchiani" disse con la voce a scatti, paonazzo per lo sforzo, "Sant’Antonio – E’ un gran santo". Lunga pausa congestionata. "San Pietro – E’ un gran santo anche lui." Pausa. "Ma San Giuseppe…" E invece di aggiungere parole fece un doppio fischio, e tornò sull’altare.--
Gli italiani erano stati fatti, evidentemente. O almeno gli italiani che avevano avuto la ventura di risiedere a Malo o in Basilicata o in un qualche ufficio di amministratore unico di una qualche banca. I Don Culatta sono stati, certo, ingrigiti o impomatati, dalla cultura, dalla televisione, ma il rapporto fra individuo e collettività, con la sua carica drammatica, apparentemente dicotomica, continua però ad essere artisticamente fertile. E noi che viviamo intrecciati nel punto di giunzione fra individuo e collettività, siamo spettatori partecipi del turbinare di specularità, del saltellare di ruoli e regole, di cui, francamente, ho quasi sempre saputo cogliere il solo lato artistico, aiutato anche dalla mia lentezza nel capire le regole e gli esercizi di intelligenza, cosa che mi ha sempre osteggiato ed ora si aggrava senza posa. Ma forse, a pensarci bene, fui aiutato anche da veri e propri maestri incoscienti del proprio ruolo, insomma, i migliori maestri che si possano desiderare, quelli che con l’esempio, la mimesi, la felice sintonia a volte del proprio cognome o nome, ma mai con l’espressione diretta di un insegnamento, stimolavano la domanda più che offrire la risposta, indicavano con prontezza la strada da non percorrere, affogavano le domande in oceani di saggezza racchiusi in una alzata si sopraciglio. Nel mio pantheon privato, solo un qualche gradino sotto Stephen J. Gould, fra quelli che considero i miei Maestri, c’è il dottor C. In poco più di un metro e mezzo di statura il dottor C. riusciva a sintetizzare le rotondità accattivanti di un Cupido e le rugosità di un piccolo predatore, con culetto, panciottina, braccine nodose, che venivano trasportate da gambette corte e rapide come un uppercut, anche se il movimento era inaugurato ed infuocato dalla testolina incassata fra le spalle, come un ariete giocattolo, sempre protesa in avanti ed a cui i pochi capelli lisciati all’indietro esaltavano la piccolezza e la rotondità. Ma gli occhi, oh gli occhi, lo so sono banale, ma gli occhi erano la sua auto-coscienza, la torre di controllo sommersa da rughe che, incrociandosi senza timore di minare la solidità del tutto, particellavano il volto in minuscole unità indipendenti, ognuna sotto il controllo, ne sono certo, di una specifica area deputata nel cerebro, con gli occhi, oh gli occhi indimenticabili del dott. C., che carrellavano veloci sul mondo, assecondandone le curve improvvise e gli spigoli, sgorgando sguardi che soli riuscivano a dirigere mille e più sinfonie di quell’orchestra di solchi, guardando e guardandosi per valutare l’effetto, sparendo a volte come ingoiati dal Maelstrom cangiante ed irregolare della filigrana di quelle che, sotto gli occhi, non erano più rughe, ma sottolineature, e poi riemergevano, oh gli occhi riemergevano, quasi invariabilmente soddisfatti di come avevano visto se stessi e se stesso, di come procedeva la rappresentazione della rabbia, dell’allegria, della concentrazione, della confidenzialità, della stanchezza, della delusione, fissandosi poi su chi gli era di fronte con rinnovata certezza di star svolgendo bene il lavoro e la voce risgorgava (sempre sapientemente poggiata sul diaframma) miagolante, feroce, poi improvvisamente soffocata dal riso, affatturante, sempre. Le parole spesso erano pochissime; per il resto un vero gramlot di allusioni tonali. Mettiamo: tu andavi per parlare di qualcosa che non ti andava giù. Bene. La sua risposta iniziava con un "…aghhhhhhh…", ma soffiato in un rantolo di delusione, poi ti afferrava il braccio con ambedue le mani a tenaglia e, digrignando i denti, aggrottandosi con il corpo intero (ma senza mai, dico mai, perdere il senso della misura teatrale), gorgheggiava un qualcosa di simile ad un fermo "…maaaaaaaarrrrp…" per fare appello al raziocinio (tuo); ora era il momento della ricerca della complicità: ti guardava con occhietti acquerugiolosi, dal basso in alto, ma, guardandoti negli occhi, si alzava un attimo in punta di piedi, per sbirciare un attimo alle TUE spalle (notare la finezza: le SUE spalle, era implicito, se le era guardate implicitamente e misteriosamente) e si avvicinava in direzione del tuo orecchio, sempre tenendoti, ora con inaspettata delicatezza, il braccio saldo fra le mani, e mugolava "…gneeeeeeeee!…poi viene quello che dice ma iiiiiiiiiooooooooooo…capito..? sakh…perché si sa che lo stipendioooooo… e viene il di-re-tto-re (ritmando strette al braccio) che.. ma quello che vuuuuuuuuuuuole e poi… mnmnmnmnmnmn…torna dove è andaaaaaaaaaaaaaaaaaaato senza che siiiiiiiii…come si dice?.mi stai rimbecillendo…" e concludeva con un riso per soffocare il quale doveva contrarsi tanto da alzare persino un po’ la gambetta e ti smanava affettuosamente, spingendoti lontano. Poi, scientemente imitando un sergente istruttore alla Full Metal Jacket: "Peruzzini! Vada a lavorare e (sussurrando con le labbra vezzosamente appuntite a bacetto)… soprattutto non mi scassi". Abbraccio finale. Offerta insistente di caffè. Informazioni ed anamnesi medica di figli e consanguinei vari. E credo di non essere riuscito a seguire passo passo tutti gli scarti tonali, i significati riposti, la mimica corporea. Lo vidi domare senza profferire quasi parola un nerboruto operaio tessile in cassa integrazione che giganteggiava (a pericolosamente breve distanza dal dottor C.) come le nefandezze di cui ci accusava. Inevitabilmente divenni un suo ammiratore: lo provocavo. Ricordo uno dei pezzi migliori, a mio modesto parere una gemma che rimpallo spesso ai miei esausti ascoltatori. Dunque: entro nel suo ufficio e gli mostro una rogna in forma di pratica. Lui la prende con la punta di pollice ed indice, la guarda, reclina la testa all’indietro con gli occhiali sulla punta del naso, mi chiede di relazionare più circostanziatamente. Io attacco la solfa. Lui si rilassa sullo schienale, la rogna ora poggiata davanti a lui, sulla scrivania. Ascolta, ammutolito. Sembra impressionato da cotanta cura, annuisce, dilata le narici per il disappunto e poi per l’interesse, le sopracciglia parlano, le labbra stirate dibattono fra loro. Si lascia trasportare per mano, da me. Mi guarda, ne sono sicuro, mi guarda, sono io a fuoco. Poi, d’improvviso, il colpo di coda del genio, oltre la tecnica trasmissibile, come i maestri di arti marziali che oramai ignorano l’uso del pugno o del calcio per quanto perfetti. Senza mutare di un millimetro l’espressione di rapita partecipazione, né la focalità dello sguardo, nè il punto di attenzione (io…), lentamente oscilla, poi si piega (lentissimamente) su di un lato, la sua mano con naturalezza va verso il taschino, ne estrae un pettinino ed il dottor C. inizia a riavviarsi gli sparuti capelli, specchiandosi (solo ora capisco: come ha fatto fin dall’inizio) nella vetrinetta con le circolari posta alle mie spalle. Mi alzai. Mi congratulai esterrefatto. Tornai nella mia stanzetta in preda quasi ad una sorta di sindrome di Stendhal (la vertigine potente di fronte alle bellezze dell’arte). Orson Wells, non siamo dei parvenu del teatro, qui c’è qualcosa di più, moltissimo di più del bruto istinto da istrioni per fame.
Un turbinare di trovate, di personaggi cerebralmente studiati in dettaglio, con affetto e distacco narrativo insieme, alcuni refrain d’appoggio per detergersi il sudore, riprendere fiato, guadagnare preziose frazioni di secondo, non mollare il ritmo (lo scatto d’ira accompagnato da un inaspettatamente potente ruggito, lo scuotere della testa e singhiozzi tellurici a commiserare se stesso, irrigidimenti repentini e totali delle membra quasi in trance da peyotl, accenni di danze tourettiche, pause come voragini, etc.), esplorando tutto lo spettro dell’esprimibile, confondendo ed armonizzando tutte le lunghezze d’onda fino al limite inferiore dell’algido biancore, ma rimanendo solido e compatto prisma che invitava, a sipario calato, a rimuginare sulla inespressa o inesprimibile coerenza, nascosta, forse, in un più minuto e non geometrico prisma ascoso fin nel più ascoso introne del suo DNA.
Mi rendo conto: questo panegirico potrebbe sortire l’errata impressione dell’ironia "per eccesso", come quando a Freud fu chiesto dai nazisti che lo espellevano di sottoscrivere una dichiarazione in cui assicurava di non aver subito violenze o persecuzioni e lui volle aggiungere di suo pugno: "posso vivamente raccomandare la Ghestapo a chiunque". Non è questo: sono tuttora profondamente convinto che il dottor C. sia una occasione mancata, forse non l’unica, per il rinverdimento del teatro e del cinema italiani. I mille ed uno frequentatori di corsi di recitazione che si tengono in giro avrebbero dovuto usufruire almeno di filmati se non di stage al suo fianco nel suo quotidiano esibirsi. Il solo vederlo arrivare di primo mattino con il cappottino grigio, la giacchettina marrone, il baschetto, ed il volto irradiato da costellazioni di rimbrotto, sofferenza e sberleffo, ticchettare meccanicamente per un corridoio reso ancor più lungo dalla figura minimalizzata, ma con l’irrimediabilità di una palla su un piano inclinato, avrebbe fatto nascere di sicuro un Beckett italiano od un nuovo Monicelli dei tempi migliori, per tacere del fondamentale insegnamento che ogni attore (e non solo) avrebbe istantaneamente assimilato: fai dei tuoi difetti la tua risorsa. Io assaporai ancora di più: una parete di plastica, sottile e mal connessa, ci separava ed io lo sentivo sbatacchiare cornette telefoniche, sghignazzare elencando numeri, tirare di scherma con e contro indici e statistiche, gorgogliare nomi di procedure, un frombolare di ingredienti filanti ed incandescenti, come un dio Vulcano part-time in una pizzeria; lo sentivo sguazzare (lo vedo, fare ciak-ciak circondato da paparelle di plastica…) come se ci fosse nato nella cultura "manageriale" che, all’epoca, era stata svezzata e già procedeva sicura fin nella periferia dell’impero. Rintanato nell’ufficetto cassa integrazione, io imparavo. Penso che sia stata la mia fama di poco di buono ad aver suggerito la mia assegnazione all’ ufficio Cassa Integrazione ("…un lavorino tranquillo, c’è da dare le pratiche alla Commissione Provinciale…", così fui invogliato dall’allora direttore dottor S., quello che si era commosso all’apertura della sede di Prato). Ero solo ai margini della "statistica" di produzione, "statisticamente" non contavo granchè, per cui, effettivamente, solo la reciproca stima ed intesa artistica poteva determinare il quotidiano incontro che avevo con il dottor C. Né me ne dolevo: della "statistica" non ci ho mai capito assolutamente niente. Vivevo con beata incoscienza, cieco di fronte al dinamismo del reale. Tutto intorno a me esplodevano, con il dinamismo della dinamite, "statistici" raffinati. Chiunque tirava fuori la "Legge dei Grandi Numeri", che, mi sembrò di capire, era un po’ la vulgata di un messaggio più esoterico. La statistica per me era poco più di quella di Trilussa la scienza che "da li conti che se fanno / seconno le statistiche d'adesso / risurta che te tocca un pollo all'anno: / e, se nun entra nelle spese tue, t'entra ne la statistica lo stesso / perch'è c'è un antro che ne magna due" o quella che usa Cicikov nelle "Anime morte" per lucrare su morti statisticamente vivi e la legge dei grandi numeri postulava che uno scimpanzé costretto a ticchettare su una tastiera avrebbe, prima o poi (magari più poi che prima), finito con lo scrivere un sonetto o, detta in soldoni, i valori casualmente ottenuti relativamente ad un evento tendono, all’avvicinarsi del numero dei risultati ad infinito, ad assumere una distribuzione che, rappresentata graficamente, si avvicinerà alla curva detta Normale o di Gauss o "a campana", ove saranno evidenti pochi valori estremi e molti valori assiepati intorno ad un valore centrale; la qual cosa si regge, quindi, sulla "casualità" dei valori e se uno continua a dire "vabbè, tanto ci sono i Grandi Numeri e quindi qualcosa azzeccherò in ogni caso…" la casualità ne verrebbe seriamente compromessa. A me pareva che molti la Legge dei Grandi Numeri la pigliassero come Legge del Grande Numero, entità misteriosa e salvifica, ricordandomi la vecchia storiella del tizio che, terrorizzato dalla probabilità (secondo lui alta) di trovarsi a viaggiare su un aereo con una bomba nel bagagliaio, fu arrestato perché cercava di portarsi una bomba in aereo, metodo certissimo per salvarsi dalla prima, di bomba: la probabilità di salire su un aereo con DUE bombe fra i bagagli per lui era decisamente più tranquillizzante. Quando provavo a chiedere chiarimenti tutti scuotevano il capo, con commiserazione, mi dicevano delle cose americane, c’era l’ "immagine" (meglio: "il problema dell’immagine"), mi parlavano di corsi motivazionali, un dirigente mi parlò di un corso che era consistito in: isola della laguna di Venezia, maestro che dice una frase ai corsisti e poi "bene… ci vediamo stasera", ‘na cosa Zen, insomma, dal costo, suppongo, proporzionale al gusto esotico. Un rappresentante sindacale (prono e sofferto), corrugando amaramente le labbra mi disse che sono dati non chiacchiere (dati?), più un paio di cose americane che non ricordo, ma che mi schiaffeggiarono con la scioltezza di uno slang oramai acquisito. Il dottor C. mi guardava negli occhi mostrandomi i denti e si limitava a mandarmi a quel paese con il palmo ben aperto e la manina a dita serrate, senza mai (vada a suo onore) contaminare il suo gramlot con influssi anglo-sassoni. Tutti erano felici di sfoggiare termini inediti, trovarne assonanze con meno nobili parole, in un pellegrinaggio ecumenico verso le magnifiche sorti e progressive. Poco più in la’ li avrei visti tutti a ciancicare titoli azionari. Insomma: potevo rintanarmi nell’ufficetto Cassa Integrazione, a dare le "pratiche alla commissione provinciale". Io mi dovevo limitare ad "istruirle" ‘ste pratiche, cioè…cioè…cioè boh. Avevo avuto vaghe (se non vaghissime) indicazioni e la vaghezza stimolò la fantasia. Iniziai a ficcare il naso un po’ dappertutto, molti archivi di lavoro cominciarono a sembrarmi non sequenze sdegnosamente mute di cifre e codici, bensì frammenti riflettenti di un solo caleidoscopio, debiti, abili slalom nel consentito e nel non esplicitamente vietato, rammendi frettolosi, fino ad individuare almeno i più arditi che ormai non si preoccupavano neanche di cancellare tracce, e giunsi al non osabile: richieste di documentazione, accertamenti diretti di cui ricordo meglio uno degli ultimi. Una ditta che aveva chiesto il "trattamento" di cig (come si dice in gergo, vagamente minaccioso). Andai lì, ma solo per rattristarmi con una melanconicissima scena: c’era solo il titolare che si lavava la macchina (con panno di daino e secchio spumoso) in un tristissimo cortile. Non un operaio. Non un utensile. Chiesi al titolare se potevo dare una occhiata a certi documenti e lui, gentilissimo: "Certo faccia pure, ma presto…: mi hanno staccato la luce". Nella "relazione di accertamento diretto presso la ditta Y" il melodrammatico mi prese la mano: parlai di un "tramonto inesorabile", della "solitudine insondabile degli uomini, soli nel cortiletto della propria vita, a sperare di risciacquarsi dal passato". Ero alle prime armi.
Il poco o molto che riuscivo a capire e carpire, lo riportavo, in bella calligrafia, sulla cartellina per la Commissione Provinciale, all’inizio con un vago senso di colpa, sentimento, si sa, devastante come un formicaio in una trave, però presto rigagnolato fuori grazie al laconismo delle decisioni, motivate solo di rado da concise ed un po’ stupefatte note al margine dei miei deliri. Insomma: non si faceva male nessuno, ma per me fu l’afelio della mia modesta orbita lavorativa. L’intreccio di botte e risposte fu un crescendo esaltante, i ruoli sbalzati sulla scena con una forza espressiva tale da piombare nel surreale, poi nell’ ultrareale e poi acquietarsi nell’ iper-reale. Non mi avrebbe sorpreso persino ricevere in una anonima giornata di primavera una telefonata del dottor N., che si sarebbe potuta srotolare esattamente così:
Scena: una disordinatissima ed angusta stanza. P. è solo, impegnato a cercare qualcosa che non trova. Trova invece un telefono che, quasi lo volesse spaventare, squilla immediatamente. La voce al telefono è vellutata, con una leggera inflessione toscana, procede sicura e i tentennamenti sono imputabili all’accurata analisi di documenti cartacei di cui sentiamo il fruscio attraverso la cornetta.
P. è in piedi, pronto ad inserire il disco contenente le risposte standard per consulenti pedanti e dipendenti inferociti. Si è appena scottato un dito con un fiammifero. Ha un fascio di tabulati che minaccia di franare.
N. – Ah Peruzzini… volevo proprio lei… Ho visto che lei mi richiede di controfirmarle questa proposta di reiezione, per questa ditta… come si chiama…? Ah la XXXXX… Si… Già… perché lei dice che, subito dopo un periodo di Cassa Integrazione, che lei dice lungo… secondo lei la metà dei dipendenti risulterebbe malato…
P. – …Dotto’, guardate che tengo le fotocopie dei libri presenze…
N. - ..si… si… Ma io io volevo dire… Un’altra cosa… cioè… Ma lei ha verificato che il periodo considerato non fosse tipico per le malattie da raffreddamento…?
P. – (in un "a parte": mi prende per il c…?! Forse vuole scherzare… Come gli rispondo? Non mi era mai sembrato così "pazzariello" ‘o dottore…) Dotto’, scusate tanto… ma se domani mattina metà di noi non viene a lavorare per malattia, lei che dice… che è ‘o periodo tipico delle malattie da raffreddamento o cerca, che saccio, magari un riscontrarello….?
N. – va bene, va bene… non mi ha capito…Ah… Poi un’altra cosa: ha verificato se i dipendenti malati non sono tutte donne?
P. – (si siede accanto al telefono, sulla scrivania ingombra, i tabulati cadono a terra, ma lui li ignora, A fatica lingua e palato cercano di dar forma di parole ad un ondata di aria che gli solletica la gola).
N. – (pacato) Peruzzini, allora…?
P. – (senza ironia) Dotto’… Voi sapete che mi interesso un po’ di cani… Effettivamente mi risulta che le cagne conviventi tendono ad avere cicli estrali sincronici… Non mi risulta che lo stesso fenomeno sia mai stato rilevato a riguardo di operaie tessili, conviventi, per altro, per una frazione limitata di tempo…
N. – Ah…
P. – Eh… Voi tenete una cagna, dotto’…?
N. – Eh…? Si si… una cagna…
P. – (cerca una sigaretta, la trova, rotta. Strizza gli occhi.) Dotto’, scusate, fatemi capire pure a me…peffavore…
N. – Peruzzini non cominciamo con le polemiche… Vabbè poi le faccio sapere… Buona giornata… Ora ho fretta, mi scusi… (chiude la comunicazione dopo aver, educatamente, recepito un"arrivederci" di P.)
P. abbassa la cornetta, inizia a raccattare i tabulati sparsi in terra, senza troppo apparenti incertezze.
Sipario.
Chissa’ che fine avrebbe fatto la XXXXX con il suo dolente carico. La sua storia sarebbe rimasta compressa ed immiserita in un fascicolo oramai un po’ scolorito. Archiviata. Tanto rumore per nulla. Ma forse è questa la funzione dell’arte: rappresentare, su un terreno simbolico, il conflitto e poi annullarlo, redimerlo in un qualche modo. Uno va a teatro o a veder quadri, vede le proprie sofferenze, puo’ vederne addirittura rappresentate più o meno chiaramente le cause, ne ride, ne piange, c’è la catarsi, la fine e risoluzione simbolica, l’archiviazione, l’oblio. Da quel poco che ne so generazioni di artisti si sono dilaniati sul tema arte/vita reale, sul come travasare l’una nell’altra (a scelta), incarnando l’una o l’altra nella propria biografia, fino ad esiti drammatici, fughe, perdizioni, follia o, più semplicemente, un "nuovo tipo di arte", con i suoi "nuovi" riti, "nuove" trasgressioni, "nuovi" linguaggi, rubricati all’ultima pagina destinata a diventare la precedente di un’altra ed essere da questa, ordinatamente, coperta. Solo un nuovo modo di archiviare, incasellando e rubricando con qualche svolazzo in più. Quando uno va a teatro già si sente intelligente per il solo fatto di "andare a teatro" e già quasi la catarsi è fatta, una soluzione approssimativa e provvisoria a brandelli di identità. L’arte come luogo dove la maschera cela per svelare e svela per celare. Per questo gli italiani amano (contro ogni apparenza) la burocrazia: la burocrazia concilia gli opposti e li risolve su un proprio terreno specifico e poi se li butta dietro le spalle: domani, a grande richiesta, continua la turnè con la rappresentazione delle ore… La burocrazia rappresenta i sudditi come anche partecipi, inesorabilmente soffocati ma c’è la scappatoia, sfortunati ma un codicillo, ignoto ai più, ti cambia la vita. La burocrazia italiana fa il doppio salto mortale meta-teatrale tipico della commedia dell’arte ("meta" era un suffisso di moda qualche tempo fa): si denuncia come rappresentazione. Commissioni dove sindacalisti irranciditi leggono il giornale e rappresentanti di questo e quello non vedono l’ora di andare via ed alla fine si approva di tutto, sotto-commissioni misteriose, "bisogna mettersi tutti attorno ad un tavolo e…." gridato come minaccia a cui nessuno crede, parole incomprensibili in italiano o inglese, leggine che svuotano leggione, "doverosi controlli" per non deviare poi di un solo millimetro, archivi enormi e dimenticati, ordini perentori assolutamente inattuabili, io l’avevo DETTO… Se poi VOI non siete riusciti…, urla agli sportelli per difendere diritti che, di sicuro, da qualche parte me li avete nascosti, basta guardar bene, si certo signore, gliene abbiamo trovato una metà, è di ieri ma è ancora buona se per lei va bene, consuma subito o glielo incarto, lasci, lasci che ho fretta, giacche e cravatte, braccia spalancate ad assolvere tutti, chè tanto si sa, ma poi qualcuno per sotto ci doveva anda’, se me lo mette per scritto io faccio tutto quel che mi dice di fare, chiudiamo un occhio, bisogna avere fantasia per non impastoiarci in noi stessi, ma che vuoi che te lo dico chiaro e tondo? ma non mi puoi rispondere di si, bisogna verificare ‘ste ditte, ma senza esagerare chè sennò chiudono, ma se, a far data da mezzanotte ed un minuto del 31/02/74 non ha fatto la specifica richiesta di, stiamo attenti a non, come dire, buttarci nell’occhio del ciclone, suggerimenti e sussurri, incarichi improvvisi, lo fanno tutti facciamolo anche noi, una volta tropicale dove cinguettano norme e circolari, date e codici, un sottobosco dove gracidano e sibilano eccezioni eccezionali, compiti inutili e di una lentezza inestricabile da tener lì perché, sa, senno’ poi vengono e ci dicono, ma voi… anche se anche loro poi lo sanno… anzi lo sappiamo tutti, ma non lo diciamo troppo, l’incanto potrebbe rompersi da un momento all’altro, il quadro staccarsi dal chiodo e poi che si fa? Enrico Mattei, eroe e martire dell’imprenditoria italiana, si vantava di aver contravvenuto a 8000 leggi e norme varie. Massimo Carlotto, fugge dall’Italia inseguito da una condanna per omicidio perché innocente, è latitante per anni, il Messico gli lascerà un piacevole ricordo (rinnovato ad ogni sua successiva minzione) in forma di cicatrici di elettrodi applicatigli da solerti poliziotti messicani che non distinguevano granchè tra brigate rosse ed uno "di sinistra"; distrutto torna in Italia deciso a consegnarsi ed a lottare per la revisione del processo, porge i polsi ai doganieri, ma "fu un durissimo colpo scoprire che a mio carico non risultava nessun mandato di cattura, tantomeno internazionale. Avevo vissuto per anni come un animale braccato e nessuno mi aveva mai cercato, nemmeno a casa mia. Una vera ingiustizia". Il mandato di cattura fu cercato dietro sua insistenza e ritrovato dopo tredici giorni. Era stato archiviato. Uno spettacolino oramai un po’ sorpassato e Carlotto, fesso, ci aveva creduto.
Il dottor C. assurse ad incarichi sempre più elevati, fino a scomparire alla vista. L’ultima volta che lo vidi, diciamo, nell’esercizio delle sue funzioni, fu durante una video-conferenza su nonsoche. Le sedi regionali erano collegate e potevano intervenire. Quando fu data la parola a non so chi della Regione Toscana, la video-camera carrellò a mo’ di panoramica: solo il dottor C. si fece sorprendere per pochi, preziosi, secondi mentre dava vigorosamente di gomito ad uno seduto accanto a lui, gli sussurrava qualcosa all’orecchio e poi crollava con il volto fra le braccia conserte sullo scranno, con le lacrime agli occhi per il riso. Uno scolaretto.
Il dottor C. ogni tanto lo vedo ancora, è in pensione e mi viene a salutare quando capita in ufficio. Abbozza un ghignetto, si mette sull’attenti quando pronuncia il mio nome o cognome, si cerca a tentoni: tranciati i fili un grande attore si deve rassegnare, la scena amplifica chi sa ben servirla e forse è meglio non pretendere di farsi vedere ed ascoltare anche senza di essa; comprimari, spalle, deuteragonisti, in pensione o lo ignorano. Io lo abbraccio sempre. Mi capita di ripetergli attonito: "Dotto’… dotto’…" e non riesco a dirgli granchè. L’ho trattato da oggetto privilegiato di analisi e studiato al microscopio. L’ho osservato appostato da lontano per contestualizzarlo e tracciarne i vincoli ecologici. Gli ho voluto una forma di bene. Forse prima o poi dovrei dirgli "grazie": non è da tutti consentirci di guardare la vita al microscopio o al telescopio. Guardarla dritta negli occhi può essere pericoloso. O deludente

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