Tuesday, July 25, 2006

Un grano di miglio part. VI

A 50 metri da qui, forse proprio in questo momento, l’istrice sgranocchia bietole turgide. Non mi dispiace quasi più. Meglio lui che i cinghiali o i daini, d’altronde. L’istrice fa così poca cacca. E poi le ripetitività della natura sono confortanti, naturali, appunto. Le ripetitività della Storia deprimono. Ecco, a spedire tabulati "eco" la ripetitività era rasserenante per me, ancora stordito dall’idea di avere un lavoro ed uno stipendio, una ripetitività da eterno incalzarsi delle stagioni, prefigurante quasi la futura rassegnazione; che poi era ripetitività dei gesti, delle sequenze (separa il tabulato, ripiega il tabulato, via nella bustona il tabulato, attacca l’etichetta ed indirizzo, trac-pum-zec-zec-trac-pum-zec-zec..), che lasciava il tempo per osservare e considerare, seppure non in modo ortodosso, ciò che accadeva dentro questi tabulati, ascoltare i mille echi che portavano dal di fuori della stanza dove eravamo asserragliati noi del gruppo-eco (tre più un coordinatore appositamente inviato in missione dalla sede regionale con la solita paterna rudezza e premura). I tabulati inps furono, almeno per me, effettivamente la sonda che mi restituiva, pian piano, una immagine, a più profondità di campo e con una certa nitidezza, di una città ancora sfocata ed appesantita dalla grana grossa dei luoghi comuni, una immagine che si addensava in un profilo tutto suo, un volto ruvido come di tela grezza e, sotto infinite pieghe, un abbozzo di sorriso. I tabulati erano elenchi di nomi, cognomi, luoghi e date di nascita divisi, l’abbiamo già detto, per anno (dal 74 all’ 80, per amor di precisione) ed azienda. Mentre eravamo lì a masticare e digerire in senso inverso tabulati, ci buttavo più di un occhio e loro mi parlavano ed io ascoltavo. Lì dentro c’era la vecchia guardia, i nativi, gli indigeni e si imponevano all’occhio perchè a volte si chiamavano Spartaco, Vladimiro, Omega, Disarmo, Ulisse, Erasmo, Primitivo, Libertario, Libera, nati negli anni ’20 e ’30, quasi sempre nei posti e nelle famiglie dove si mangiava polenta strofinata sull’aringa affumicata, per darle sapore, alla pulenda, e la trasgressione costava parecchio e non era granchè di moda al tempo, anche se, vabbe’, Benito si chiamava così per via di un rivoluzionario socialisteggiante messicano, ma quelli niente, sfottevano pure, cose tipo Rossi Rosso: "gli è che noi s’è gente alla bona, signor capomanipolo, la si fa la firma e basta… e così al mi’ figliolo gli verrà facile falla viva il duce, diobonino...". Oddio, qualche fraintendimento poteva nascere e continua ancora oggi: "No, guardi, sig. Peruzzini….: la mi’ mamma si chiama così mica per motivi, diciamo, di politica… E’ che c’erano due squadre di calcio del paese, l’Alfa e l’Indomita, e quel giorno lì che la nacque lei c’era il derby… ed allora il mi’ nonno la chiamo’ Alfa Indomita….". D’altra parte un bel po’ di quelli dei nomi strani, circa 400, furono impiegati dopo lo sciopero del ’44 a scavare gallerie per le V2, quelle di Von Braun, quelle che facevano rodere il fegato a Goering con quei suoi catorci di V1 e d’altra parte sulla Luna ci ha portati Von Braun, mica Goering e credo che i diciassette che tornarono vivi dalle gallerie di Ebensee si siano sentiti parte dell’impresa, i mangiatori di pulenda, ‘sti montanari calati giu’ dall’alta val di Bisenzio (a far faticare maestrine con paginette di teRRa, zaPPa, toRRe, perchè questi mi continuavano a dimezzarmi le doppie, come i veneti) chè per loro era una passeggiatina venire a piedi a Prato a lavorare al mattino e tornarsene la sera a casa, abituati come erano ad arrivare a piedi in Maremma e in Corsica, addirittura in Calabria a fare i carbonai e tagliaboschi o nelle miniere e fabbriche in Francia dove non ci arrivavano a piedi, vabbe’ è chiaro, ci arrivavano con le barche, di notte, imbarcandosi a Livorno o lì vicino con tanto di documenti falsi, se e quando c’erano, anche se su quei documenti avrebbero fatto una gran figura i loro nomi grandiosi che tiravano fuori da Omero e Dante, perchè molti vecchi magari non sapevano leggere, ma a memoria ti rifilavano l’Iliade. Tutti i montanari presero a venire giù a Prato, dall’Emilia o dal Mugello o dal Casentino, dall’Amiata, tutti tirati su a castagnaccio, pane di castagne, polenta di castagne, castagne ballotte e bruciate, frittelle di castagne e ricotta (solo nelle feste), robaccia grassa ed ipercalorica che probabilmente scorre ancora nel sangue di Benigni che è nato in provincia di Arezzo, mica a Prato. Dalla zappa alla filanda, i montanari, ma fu come un segnale per gli altri. Già allora c’era altra gente a Prato: i veneti, i meridionali del nord, con i loro cognomi che precipitano senza vocale finale, alcuni arrivati qui in Toscana a zappare la Maremma bonificata, altri, a passaparola, formicolati un po’ dovunque a dare lavoro alle maestrine (e vai con paginette e paginette di zaPPa, roTTo, gaTTo...) dagli anni ’30 ai ’60. E quelli delle valli di Comacchio e i primi meridionali, tutti a costruire la Direttissima Firenze-Bologna inaugurata nel ’34, una grande opera che impegnò gli anni ’20 e ‘30, buchi sotto i monti, gallerie che costarono 4 morti a chilometro, lì direttamente in galleria, più quelli poi fatti fuori dalla silicosi, emiliani, meridionali, veneti e montanari, tutti a mettere mine e scappare e tossire polvere... ma dopo la guerra è il boom, fin dai ‘50: tutti a Prato. Ai soliti di prima si aggiunsero i meridionali e gli insulari, cognomi tronchi siciliani, nomi e cognomi farciti di u dei sardi, poi i calabresi, gli immancabili campani, i molisani, i pugliesi, quanti pugliesi, interi paesi pugliesi che alla fine si son guardati ed hanno detto: noi di Bovino siamo tutti a Prato... sai che si fa...? la festa del paese, la festa della Madonna del Bosco, si fa qui a Prato. Ed a questo punto tiriamo fuori il coniglio dal cilindro: Malaparte, il super-pratese, era nato si a Prato e messo a balia dal cenciaiolo Milziade Baldi, ma gl’era i’ figliolo d’un chimico tessile tedesco e la su’ mamma gl’era milanese. E lui, Curzio, si chiamava Kurtz Suckert. E’ Herr Suckert che sputa nella fredda gora del tramontano diobonino. Si cambiò il nome perchè, come disse qualcuno, non andava d’accordo neanche con se stesso. Un vero pratese, un vero toscano.
Prato, s’è detto, ingoiava gli stracci dell’Europa intera; riciclava, si direbbe ora, stracci. Il nostro vezzo ecologista del riciclaggio ha natali e coevi meno vezzosi: riparare una busta di plastica del supermarket con una candela, fondendo lembi di uno squarcio, è un lavoro in alcuni villaggi africani; in Asia il sandalo in puro pneumatico riciclato è di moda dai tempi dei vietminh; il rammendo del pedalino sfondato fu arte delle nostre mamme. Prato fece di più: non riparava, non riciclava in senso stretto, ma ricreava. Spalancava affamata le mascelle e dentro vi si riversavano balle di stracci, di vestiti usati, magari quelli che persino i mercatini di Livorno o Resina avevano risputato fuori un po’ schifati, arrivavano ai cernitori le balle, ai cernitori che ad occhio, sfiorandolo appena, valutavano tipo, condizioni, percentuali di lana, cotone, fibra sintetica, che per distorsione professionale ti si avvicinavano diffidenti e ti valutavano dal cencio che loro vedevano nel tuo maglione appena acquistato, toccandoti come a scuoter polvere con il dorso della mano per effettuare analisi più approfondita. Seduti a gambe larghe nello stanzone della cernita, davanti a mucchi di tessuti di ogni genere afferravano una bandiera americana, un cappotto dell’ARMIR, una camicettina ottocentesca di seta, una mutanda di lana del nonno, la giacca buona di chissà quale matrimonio (la fodera va in quest' altro mucchio però), qualcuno disse persino la camicia di Umberto I sforacchiata dai proiettili che il Bresci, gli era quello di Coiano, l’anarchico, il tessitore che gl’era andato alla ‘Merica e ci stava proprio bene a lavorare i teli americani, ma che gli era vorsuto tornare a sparare a i’ re, perchè gl’aveva dato un po’ di noia che i’ re gli aveva dato la medaglia d’oro al Bava-Beccaris, il coso lì, i’ generale, quello che gli aveva cannonato alla folla a Milano al corteo pe’ i’ pane e che poi il poero Bresci l’hanno suicidato in carcere e poi i’ comune gli ha dato il su’ nome ad una strada che poi ogni tanto scoppia i’ casino perchè gli era stato un po’ terroristico, il Bresci, ovvia, che Gaetano Bresci, dicevo, gli aveva schioppettato in petto a Monza, al re, beh anche quella camicia lì dice che finì in uno dei mucchi, cernita pure lei, come tutto il resto veniva cernito, ma cernito per benino, perchè si guardava nelle tasche e bene nelle cuciture un po’ strane perché da lì sortivan fori lettere d’amore, ciuffi di capelli lucidi racchiusi in nastrini di velluto, foto e poi gioielli e soldi, cents, ma qualcuno si era beccato mazzetti di dollari e marchi e sterline, altri, porini, inconvertibili monete asiatiche o africane, che finivano ai bambinetti che cernivano anche loro con la famiglia intera, come i bambinetti di ogni contadiname hanno sempre lavorato con tutta la famiglia, come, ora mi scappa, come i cinesi di adesso, ecco lo sapevo che mi scappava. Il mondo si arricchiva, consumava sempre di più e sempre più velocemente, l’arte della lana e dei cenci risorgeva a nuova vita dalle profondità del medioevo grufolando ai bordi della fossa comune dove l’usato, l’inutile, il vecchio, il dimenticato, lo straccio precipitavano con crescente indifferenza ed invece il pratese si cavava il cappello da testa al passaggio del camion che disseminava per tutte le strade i cenci appena arrivati e destinati a ridiventare filo, un filo lunghissimo, lungo decenni, sgomitolato nei tabulati eco che a fatica catalogavano le aspature, le filature, ritorciture, orditure, garzature, imbozzimature, annodature, rincorsature, cardature, rammendature, carbonizzi, tessiture, rifiniture, tintorie, follature, stirerie ed altri budelli ancora (di cui non ricordo nemmeno il nome, ma erano tutti lì, sui tabulati eco), intestini segmentati negli stanzoni o nel tinello dei pratesi padroni di se stessi, padroncini, ognuno con le sue brave macchine che i padroni più grossi avevano cominciato a regalare, addirittura, ai propri dipendenti-ex dipendenti fin dalla seconda metà dei ’50, quando avevano cominciato a "esternalizzare" la produzione, a renderla "flessibile" e quasi misteriosa, una nebulosa di conto-terzisti tessitori, cardatori, garzatori, rifinitori, (vedi sopra per l’elenco quasi completo) che si dimenava intorno al committente, al lanificio che distribuiva macchine e lavoro, faceva magazzino, commercializzava, a volte sfumando nell’ "impannatore", che anni ed anni dopo si sarebbe fregiato del titolo di "terziario avanzato" o "azienda di servizi", cioè una giacca di buona fattura, un pesante accento pratese, un telefono, una segretarina scosciata a guidare il filo di lana e mantenerlo entro un percorso coerente, per non perdere il bandolo della matassa nelle budella di Prato dove la sequenza degli enzimi conto-terzisti non doveva perder colpi, che già mi facevano sciopero quando c’erano le contrattazioni per le tariffe e mi perdono tempo già così, ‘sti conto-terzisti benedetti, imprenditori che fanno sciopero contro altri imprenditori, con i dipendenti di ambedue lì a guardarli, comprensivi, pazienti, perchè magari molti di loro sono stati padroncini oppure già mi stanno mettendo via i soldi per comprarsi il telaio da mettere in garage (c’entra c’entra Palmira, e tu vedrai.. si sposta i’ motorino di Yuri e...) e ad immaginarsi insieme a quelli, con l’adesivo del CNA sul muletto, a scioperare, a chiudere la contrattazione sulle tariffe alle 4 del mattino e poi giù, tutti in Piazza Mercatale a mangiare i bomboloni caldi caldi appena fatti, industriali ed artigiani tutti insieme, perchè, ovvia, si è tutti di Pra’o, si sa tutti ancora di castagne, si puzza un po’ tutti di broccioli di Bisenzio e c’è poco da sculettare alla fiorentina aspirando pianino le c con la bocca strinta a culo di gallina, noi qui ci si mangia tutto, t comprese, maremma in cariola, con la bocca bella aperta che tanto piace anche ai terroni che ormai parlano il calabro-apulo-siculo-pratese e son diventati pratesi anche loro, via che c’è spazio per tutti nella nostra democrazia su base censitaria a reddito democraticamente distribuito, dove un prestito della Cassa di Risparmio di Prato (la Hassa, la Hassa e basta si chiama noi a Pra’o) non si nega a nessuno ed è quasi un dovere cristiano visto che in consiglio di amministrazione ci siede anche il vescovo (lui, non un di lui rappresentante), anche lui a benedire i nostri prodotti e noi ed il nostro lavoro, ieri 10-12 ore al giorno a raccattar castagne ed oggi 10-12 ore in azienda dove si mangia, a volte si dorme ed a volte si ha la ganza, con Mercedes e Range Rover di enorme volumetria e cilindrata parcheggiate lì davanti e su cui ci si monta sopra in tuta da lavoro noi pratesi, come se si avesse indosso un capo di Armani, tessuto con i tessuti pratesi, perchè noi, ora, si fanno i tessuti per lui, per il made in Italy si fa noialtri, i tessuti fini, leggeri, impalpabibili e solidi, ma, mi raccomando, voi chiamatemi cenciaiolo, io non me ne prendo a male, io continuerò ad esserlo, continuerò a dare agli olivi ed all’orto i cascami di lana per concime, a continuare ad essere contadino, contadino del telaio, senza risparmio e solo con un po’ di boria che riserviamo agli altri, a chi non è di Pra’o, quando ce li ritroviamo vicini di ombrellone a Forte dei Marmi che ci chiamano cafoni arricchiti, stracciaioli, zinzolari, cercatori di oro nella merda e non sanno di farci complimenti, l’ho ancora da vedere un senese con le mani sporche a rimestare nel letame o nei cenci come tutti i pratesi, tutti, operai, artigiani, contadinacci del sud e delle montagne che trovo solo a Pra’o come pratesi veri, che saluto vociando alla Casa del Popolo, per il torneo di briscola (in palio: il prosciutto, prosciutto toscano, salato), per fregarci a briscola come ci freghiamo i clienti e le commissioni sul lavoro, senza cattiveria, con lo stesso gusto con cui ci si frega a carte per poi smadonnare tutti insieme, è quasi un gioco fregarsi in questa Prato sempre più grande, la terza città della Toscana, forse la seconda, la prima nell’export e nei fallimenti che ci hanno fatto rinnovare tutti i telai e mandar via quelli troppo vecchi, via in India, Cina, Tunisia, Marocco, Grecia, Spagna, a farci un po’ di soldi anche con quest’altra roba che in Italia nessuno vuole perchè non hanno ancora capito che il lavoro, prima del soldo, non puzza mai, come il concio ben fermentato, anche se adesso anche noi si ha la Cultura, il Museo Pecci, librerie, del Fabbricone s’è fatto un teatro d’avanguardia con spettacoli a ciclo continuo a ricordare l’ultima fabbrica a ciclo completo che c’è stata a Pra’o, tanto la cassa integrazione agli operai gliela ha data l’inpse per quattro-cinque anni ed io al Metastasio ci ho l’abbonamento al palco dove mi tocca guardare a buho ritto, accidenti a me se il prossimo anno non vo in platea come mi aveva detto la mi’ figliola, lei la vole fare l’attrice mentre mi da una mano in ditta perchè l’ha preso da me che da ragazzo facevo ride tutti, guarda, acchiappo le noccioline a i’ volo in bocca, guarda qui hop-hop-hop giù in gola, senza strozzassi, da sempre acchiappo tutto al volo soldi e noccioline, tutti a dire che prima o poi mi strozzo, ditemi voi invece come si fanno i soldi in Italia se non acchiappandoli quando ti svolazzano davanti al muso, ma ditemi chi ci pensa al futuro in Italia, nel mondo, ovvia ditemelo chi è che corre verso il futuro e ditemi chi lo conosce, ditemi a che si pensa e dove si corre se non verso il presente, se ci si strozza amen, s’andrà a tener compagnia a Malaparte a Spazzavento, a sputare nella gora del tramontano, vederlo, ‘sto ventaccio gelido e sottile come un passato, srotolarsi dall’Appennino lontano, verrucoso, venir giù richiamato da invisibili spole, torcendo querce, annodando castagni, ricamando imperturbabili cipressi, intrecciando olivi e canne del fiume, serpeggiando in strade, stanzoni, case, viali, periferie, chiese, ordito di quella sfilacciata trama che chiamiamo presente, o realtà, o persino Prato, dove mi avvolgo come in una patria ruvida e calda, a godermi il panneggio avvolgente di ciò che è conosciuto, con la testa ben infilata sotto, protetto, isolato, difeso, sordo allo sgangherare dei telai del futuro, lontano, come sono quassù a Spazzavento, sospeso per un attimo, fra cacche e nuvole, in un ritaglio di bellezza.

Fine parte VI - continua

1 Comments:

Anonymous Anonymous said...

Complimenti per la bella e suggestiva evocazione di un intero mondo quasi del tutto scomparso. Notevole l´abilità e la scioltezza linguistica. Di tutto ciò dovrebbe fare un romanzo, verrebbe bene.

1:30 PM  

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