Tuesday, July 25, 2006

Un grano di miglio part. V

Prato vista da qui, da Spazzavento, è enorme, quasi fusa, ormai, con Pistoia e Firenze. Ancora si vedono capannoni frammisti a case e qualche campo coltivato ad ulivi, mais o girasoli, spesso ai bordi di parchi e giardini pubblici. Ma erano gli "stanzoni" annessi alle case (ora sono sempre più spesso garage), il fulcro del "modello-pratese", quando ci arrivai io, mica i capannoni: una miriade di "stanzoni", sottoscala, addirittura stanze della casa in cui, a ciclo continuo, andavano la taglia-cuci, i fusi, la macchina pettinatrice. La sera tardi in molte strade (e nemmeno solo quelle di periferia) era tutto un frastuono meccanico, un digrignare di ingranaggi, un frusciare di "pezze". Dalle finestrelle dei sottoscala fasci di luce al neon che imbozzolavano le più calorose bestemmie. Sctac-sctac-sctac-sctac... clong. Pare che era sul clong che ogni tanto saltassero una o più falangi. Sullo sctac saltavano i timpani. La signora B. aveva la taglia-cuci che faceva brrrrrrrrr-brrrrrrrrrrr proprio sotto la mia cucina ed il brivido saliva su dalle pareti, sgarattava per le tubature ed alla fine carezzava le stoviglie nello scolapiatti e negli armadietti e quelle facevano le fusa per nottate intere: ti-tin-tin-tingt-tac. Sul tac si spaccavano i bicchieri in dotazione alla casa ammobiliata in fitto uso foresteria non residenti ne’ coppie sposate e/o prole lire 300.000 mensili, spese escluse. Beh, alla fine ci andai dalla B. a dirle di piantarla con ‘sta taglia-cuci, non se ne poteva davvero più. Lei mi disse che davvero le dispiaceva, che la notte, certo, è fatta per dormire, che la mattina si deve andare a lavoro, lei lo sapeva cosa significava lavorare ed assolutamente aveva tutte le intenzioni di avere ottimi rapporti con i vicini, che non sarebbe mai più successo. Solo che urlava. Controllai le dita: le falangi erano ordinatamente allineate ed in gran numero. La taglia-cuci, dotata di impavida ed irreprimibile vita propria, proseguì a convivere giorno e notte con me, per tutti e tre gli anni, il brrr-brrrrrrrrrrr diventò un aroma sottile, quasi una intimità, di quelli che conciliano il sonno. Con la signora B. ci si scambio’ il sale ed il pan grattato, alla bisogna. La mia bici (e la vespa poi) era parcheggiata accanto alla sua auto: mai un litigio. Al mattino veloce caffè in tazzina che ancora fremeva fra le dita, saluto al bonario e grasso marito della signora B., carezza a Ugo (il gatto di un misteriosissimo occupante del terzo ed ultimo appartamento, uso foresteria, etc.), bus Cap, sceglievo un posticino ben distante da un mefistofelico personaggio con la barba a due punte aguzze (scoprii in breve trattarsi di un capo-ufficio inps, divoratore appassionato ed innocuo di merende cacio e pere) e cominciai a voler bene a Prato. Non è che tu arrivi lì e zacchete ti innamori di Prato, che mica è una cartolina, centro storico piccolo, con la statua a Datini, il mercante di tessuti inventore della cambiale; era quasi tutta una enorme periferia, capannone, condominio, prato incolto, orto improvvisato, capannoncino, etc., un groviglio di sensi unici che raggiungono borghetti e coloniche fagocitate dalla prima cinta periferica anni ’60 e ’70, sportelli bancari a iosa (e chi le aveva mai viste tante banche tutte insieme...), intere zone dedicate alle banche, fatte tutte a pezzi componibili, con il giardinetto davanti ad agavi ed iperico, più qualche memoria di vigneto in forma di radici di portainnesti che ogni tanto ancora germogliano da sconnessure fra i blocchi prefabbricati, come i bar e studi notarili ed avvocatizi si riproducevano per partenogenesi colonizzando gli interstizi che brulicavano di insegne al neon e targhette di ottone, studi notarili dentro banche, notai e avvocati nei bar a giocare a carte dopo pranzo (in palio: il caffè), a chiamare per nome il ragazzo del bar assunto "a nero", mentre lì, proprio di fronte, nel bel mezzo di un paesone che doveva diventare città, un edificio a grandi blocchi prefabbricati, nato come albergo, veniva velocemente riconvertito a sede (zonale prima, provinciale poi) inps. L’apertura della sede fu l’occasione per mettere a dura prova l’inventiva di un cronista di un quotidiano locale. Ricordo l’articolo: arrivava a descrivere lacrime percolanti sulle ciglia del primo direttore della sede, partecipe, pare, e gonfio di orgoglio localistico, pare, per il volo della città verso l’agognato titolo di "provincia", a cui lui, il direttore dico, aspirava da tempo immemore, frangendo correnti contrarie ed aggirando ostacoli, disseminati da un qualcuno lì a Firenze, pare, con pragmatismo ed energia tutta pratese, insospettabili in quel corpicino stracco e già pre-adattato al pensionamento, ma che, nell’articolo, sembrava brandire con naturalezza, nelle manine diafane, cazzuola e livella. A me l’edificio non fece una grande impressione: tutto a pezzoni componibili, tanto per non deturpare l’armonia con il resto, ma a pezzoni più grandi degli altri, sembrava un involucro su cui non avrebbe guastato la scritta "Maneggiare con cura. Fragile". Non c’era neanche il bar interno, ma i 10 minuti di pausa bar furono prontamente accordati, qual viatico di futura ed amorevole convivenza. "Siamo tutti una grande famiglia"... diceva per davvero un dirigente, lì a Prato, lo stesso che si assicurò che io non appartenessi ad organizzazioni dedite alla gambizzazione (avevo la barba, persino gli occhiali, meglio andarci piano con chi ha barba ed occhiali), ma meglio andare avanti, lasciare qui questo personaggio dopo avergli solo un po’ arruffato i capelli con il vento di due parole e lasciarlo lì, come tanti altri, a tintinnare nel calice del tempo e soffiare in avanti il vento dei ricordi. Una virata, un salto sulle onde ed eccomi all’eco. Operazione Estratto Contributivo. Ho sempre invidiato chi inventa gli acronimi all’inps (c’è un ufficio apposito? Un dipartimento, con tanto di dirigente, segreteria, anticamera?). Da un lontano passato, indifferenti all’evoluzione come le felci, sono giunte fino a noi sigle laconiche (DM Denuncia Mensile, ad esempio), su cui nevicava addosso, con il tempo, una patina di numeretti e siglette minuscole (DM1, DM2, DM-dl, etc.), rispettose dell’aulica origine e della volontà di non dare troppo nell’occhio, ostentanti la secchezza come prova di serietà. Poi l’informatizzazione portò con se una corte di ottimismi: il PC come strumento al servizio della creatività. L’acronimo e l’acrostico imperarono: ARPA (archivio regionale posizioni assicurative), HYDRA, MIDA. Erano sigle che spesso volevano riassumere addirittura un senso, una strategia: l’operazione eco (tre lettere, solo tre lettere, diomio) puntava dritto alla risonanza, al rimbalzo positivo che "l’utente come risorsa" avrebbe irradiato una volta bersagliato da un nugolo di estratti contributivi, protestando al limite, vabbe’, ma, rispondendo allo stimolo, all’input, avrebbe permesso deduzioni, intuizioni addirittura, relativamente persino a (eventuali) falle dell’inps. Insomma: inviare estratti contributivi con sopra allineati contributi accreditati, accogliere comprensivamente quello che "mi mancano, porca p.... , tre anni, santa.... , vi siete messi voi in tasca i soldi, lo sapevo, ma io vi denuncio...", risolvere il problema particolare posto dall’ "eco", ma individuare anche il modo migliore per evitare il ripresentarsi futuro del problema, tramite nuove strategie, tattiche, opzioni, tecniche. La cosa avrebbe riguardato allora solo i lavoratori dipendenti, ma tanto per iniziare. Dall’interno all’esterno, per migliorare l’interno e ritornare all’esterno, in un gioco di echi continuo ed accelleratamente virtuoso. Io c’ero. C’ero fin dalla fase introduttiva, diciamo così, quando spedivamo tabulati. Sui tabulati c’era l’elenco dei dipendenti e relativa contribuzione, divisi per azienda ed anno. Si inviavano con la preghiera di correggere eventuali errori nella contribuzione dei singoli o anche aggiungere nominativi lì non presenti, firmando, d’altronde, una circostanziata dichiarazione di responsabilità che a me avrebbe tolto il sonno per molte notti. I tabulati ci tornavano zeppi di correzioni, noi li si acquisiva al terminale e così, settimane di contribuzione, retribuzioni, intere posizioni di presumibili dipendenti, subivano una sorta di maquillage informatico, una transizione dal rozzo scarabocchio ad inchiostro all’algido record, dalla tridimensionalità della mano che vergava incerta o sicura, elegante o scialba, alla bidimensionalità ipostatizzante e livellatrice dello schermo, dal transeunte al definitivo, dall’incerto al certo. Noi eravamo incerti dei nostri dati, gli altri no. Noi eravamo incerti perchè sapevamo che il "service" (si, quello che mi aveva dato RS, RA ed FS) aveva acquisito male o, addirittura, poco di quello che gli si era dato (e pagato) quando partì l’automazione dei contributi, in quanto l’inps era incerto a riguardo della capacità dei propri dipendenti di metter mani su tastiere o almeno in maniera proficua ed economicamente vantaggiosa, per cui si ricorse a quella che mi sembra oggi si chiami "esternalizzazione" ma che all’epoca era ancora conosciuta come "appalto", "sub-appalto" e cose simili. Con il "service" finì che prima ci fu il ritrovamento di DM (con numerini vari accanto) sul greto dell’Arno, poi ci fu il tribunale, dove l’inps perse la causa. L’azienda del service cambiò pelle e le furono affidati altri lavoretti. Cessati i lavoretti la ditta fallì. Questo stando a quanto mi raccontò un ex dirigente, sufficientemente invelenito a causa di una mancata promozione (a vice direttore o direttore, non ricordo) da dettagliare intorno a questa ed altre vicende già note magari solo a grandi linee. Ne scrivo con un po’ di stanchezza, confesso, credo che il lettore se ne accorga. E’ uno di quei casi in cui ricordare stanca e confonde con altri ricordi in cui urta stancamente e scriverne ascrive al passato anche il presente, qui, relegato nel metro quadro libero da chitarre, amplificatori, tastiere, collegate tutte al PC da un glomerulo di cavi dai miei figli, pateticamente febbricitante, imbottito di antibiotici, una settimana a combattere (inutilmente) con un istrice che mangia le bietole (arditamente morsicchiando persino il cavolo nero), sentendo il freddo dello scriptorium, il pollice mi duole, lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus, a dare, scrivendone, immeritata enfasi a cose che tutti sanno e nessuno ricorda, perchè è roba assodata le cui radici scompaiono nelle viscere di una nazione o dell’uomo stesso. Mi ricordo, si mi ricordo, mi ricordo un ministro, tale Cambray Digny, che alla Camera difendeva la decisione di "esternalizzare", di affidare al "privato" il monopolio dei tabacchi in quanto si riteneva che: "una associazione di capitalisti, la quale, svincolata dai molti legami e tradizioni degli uffici governativi, potesse sradicare gli abusi, procedere a decisive riforme, ed avere l’interesse privato a sprone nell’introdurvi..." eccetera eccetera eccetera. Correva l’anno 1868. Cambray Digny si era appena nettato le labbrucce che di certo aveva (con un nome così aveva certamente le labbrucce) dopo il discorsetto nobile e coraggioso che scoppia lo scandalo, il primo scandalo dell’Italia unita: un giro di bustarelle (a dire il vero allora si chiamavano "zuccherini") a cui l’interesse privato fu da sprone e molti legami e tradizioni di netto tranciò, insieme a qualche venuzza di uno che frignava troppo sulla cosa, tale Cristiano Lobbia (d’altra parte dissero che era omosessuale, figurarsi). Pare che anche il re non disdegnò gli "zuccherini", come, d’altra parte, pare che non disdegnò quelli poi saltati fuori dallo scandalo delle Ferrovie Meridionali o della Banca Romana. Tutte storie vecchie ed ammuffite. Ma mi tengono compagnia mentre invecchio ed ammuffisco.

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