Tuesday, July 25, 2006

Un grano di miglio part. IV

"Tutta la storia d’Italia e d’Europa finisce in stracci e tutti gli stracci finiscono a Prato"
Sbruffone, ma efficace. Quando la lessi per la prima volta ‘sta frase pensai solo: sbruffone. Pure da morto ha fatto l’originale, pensavo. Come gli è venuto in testa di farsi seppellire quassù, a Spazzavento… Bisogna dimenticare sigarette e pigrizia per arrivarci su questo poggio dove solo i più fortunati fra gli alberi e rovi sono riusciti ad arpionare un palmo di terra con le loro radici, infilzandole nelle fenditure fra le lastre di pietra a rendere evidente la banalità del toponimo "Spazzavento" con la loro testardaggine. Il mausoleo è di granito, nemmeno grande: due gradini, una pavimentazione, il sarcofago sul fondo, un basso muro a circoscrivere il tutto, niente che assomigli ad un tetto. Il posto è bello, alto, sembra tanto alto che invita a guardare in basso; per cui non dirò delle rondini che graffiano il vuoto turchino del cielo, della massa compatta e scura della Calvana che comprime il Bisenzio e lo sguardo verso il Montalbano, in fuga verso il mare mentre si lascia dietro la piana; del pistoiese che incalza Prato (sperano ancora di riuscire a fregarci il Sacro Cintolo della Madonna, maledetti pistoiesi); di una Firenze che da in elemosina al nostro sguardo di innamorati troppo rozzi solo qualche suo quartiere periferico. Dirò invece della cacca: lì a Spazzavento è pieno di cacche, cacca di daino, capriolo e cinghiale. Mi è sembrato di vederci anche una cacca solitaria di volpe. Anche il pavimentato del mausoleo ne è pieno, di palline e cilindretti scuri ed i colpacci di vento ogni tanto ne fanno roteare all’impazzata un imprevedibile gruppo. Se ti siedi sono più da ostacolo le cacche di cinghiale però, cacche a panino, impastate a gusci di ghiande ed altro materiale indigerito, più rare ma più "sporche" e prepotenti delle biglie quasi levigate e quasi sferiche che viene voglia di giocarci, rapidamente seccate come sono dal vento o dal sole. L’odore però non è di cacca, è di selvatico, di pelliccia sporca, terriccio ed elicriso; è quasi l’odore di un cimitero. Lo immagini di notte, quasi più vivo di ora, proprio come i cimiteri nelle più infantili e radicate paure. Spazzavento, di notte, a guardare le cacche, deve essere tutto un sabba di grifi e zoccoli, un nutrirsi irrequieto e spasmodico, una coperta di velli irsuti che rabbuia la roccia ed i muschi, spettacolo troppo attraente anche per una guardinga volpe che, ai margini, con il muso aguzzo stirato verso il vorace transito della vita in intestini altrui, con pietà depone una piccola, rassegnata cacca. Ma forse non è così Spazzavento di notte, usciamo dalle comode metafore, cinghiali e daini non sono così amorevolmente dediti ad offrire un brano leggibile del racconto privo di senso, narrato da un pazzo, che è la nostra vita (è che Shakespeare fa sempre "erudito"). Forse Spazzavento, di notte, è solo un buon posto in cui fare un po’ di cacca in santa pace, senza disturbare un Malaparte qualsiasi, morto, in fin dei conti. Beh, forse essere circondato da cacca, dopo morto, forse non era proprio nei suoi calcoli, ma non credo che gli sarebbe dispiaciuto più di tanto a lui, che si atteggiò ad irriverente popolano per tutta la vita. L’irriverenza della cacca in fin dei conti segnala il limite della ineguaglianza: puzza, si decompone, equalizza l’umanità, difficilmente permette scarti personali e dimostrazioni di potere individuale come il sesso, il mangiare o il bere. Probabilmente non è un caso se nei libri si persegue lo scandalo fondamentalmente attraverso il sesso, più o meno perverso, più o meno eccessivo: perché non è (più?) uno scandalo, non è una inversione fondamentale del sentire comune, tutto teso all’estensione del limite di ognuno, all’ipertrofia dell’ego. Negli ultimi anni ho trovato un tranquillo accenno ai "piaceri di una soddisfacente evacuazione" solo in un saggio del mai (da me) abbastanza compianto Stephen J. Gould. Continuo: di cacca al momento ricordo che se ne parla in "Asce di guerra" (Wuming – V. Ravagli), in "Guerra infinita", in "Viaggio al termine della notte", in "I venti dell’Egeo" e sono libri che (con evidenza) parlano di guerra, di sofferenza, di morte ("Non vergognarti, compagno: questo è l’odore della battaglia. Ci laveremo dalle lordure stasera se saremo ancora vivi"). E nel parlare comune più la parolaccia è accettata e più è di derivazione genitale; il generale Cambronne sempre più relegato, con il suo ringhioso "merd", in una teca da museo. La tv è un trionfo di sesso parlato, i giornali idem. Dice che è più liberatorio, più trasgressivo e più non so che altro. A me da sui nervi. Parlate di cacca, che forse è più tutto.
No, non sarebbe dispiaciuto a Curzio Malaparte pensarsi giacente in un sarcofago di granito circondato dalla solitudine e dalla cacca di daini e cinghiali. Altezzoso, vitalisticamente attratto dalla dissoluzione delle umane cose, confusionario, sbruffone, desideroso di amalgamarsi al popolo minuto dei "Maledetti toscani" ed alle elementari verità che Curzio credeva da esso custodite (come spesso succede a chi non è del popolo minuto), fascista quasi della prima ora, poi antifascista e mandato al confino, poi liberato (pare grazie a Ciano) e corrispondente/fotografo di guerra, poi comunista, ma ancora tanto provocatore da lasciare in eredità la sua magnifica villa di Capri alla Repubblica Popolare Cinese, lì a Spazzavento Malaparte secondo me ci sta proprio bene, nell’esile mausoleo, bandiera pietrificata nel trionfo del suo garrire (opla’), su uno sperone semi sconosciuto dove un balzo sembra separarti dal Bisenzio, il fiume padre dei pratesi su cui accelera il vento che si riversa sulla piana e la città, rinfrescandole un pochino d’estate. "Voglio essere seppellito a Spazzavento, per alzare il capo ogni tanto e sputare nella fredda gora del tramontano". Morte, solitudine, visione dall’alto sono parole agganciate l’una all’altra. Nel guizzo supremo e fatuo della dissoluzione delle membra, Malaparte diede alla traiettoria effimera dell’esistenza la concretezza ironica di uno sputo controvento e di un cacatoio. Lo sbruffone Malaparte, l’opportunista Malaparte, l’infido Malaparte (fu anche tutto questo), giocava a fare il titano dannunziano con il suo villone paracadutato su uno sperone roccioso di Capri; da morto voleva quasi liberarsene mandandola in Cina. Ci pensarono gli eredi, impugnando il testamento, ad evitare che Mao Tse Tung sguazzasse felice fra i faraglioni. Lì a Capri mi dissero (o lessi, non ricordo) che era la sede di una fondazione culturale, ora. Io la villa di Capri la vidi popolata di bellezze in bikini. Alla faccia della fondazione culturale. Certo le donne non dispiacevano a Curzio, ma voglio divertirmi a fantasticare: seppellito per seppellito, meglio le cacche di Spazzavento, a sputare nella gora ed a guardarsi Prato. "Son nato a Prato, e se non fossi nato a Prato non vorrei essere venuto al mondo". Esagerato, dai... ma no, esageriamo dai, su, diamole un’ occhiata a ‘sta cittadina senza notorietà.

Fine parte IV - continua

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