Tuesday, July 18, 2006

Un grano di miglio non fa rumore Part. II

Part. II

Ieri sera ho ucciso delle vespe. Avevano fatto il nido in un interstizio del bidoncione dell’acqua, quello dell’orto. Consideravano la zona fino alle zucchine cosa loro. Una era sempre di guardia, appoggiata ad una barra di metallo, come se stesse alla finestra, con occhi atoni ed immobili a cui però, evidentemente, non sfuggivano i miei andirivieni nel territorio divenuto loro. Io passavo, in punta di piedi, con ampi giri, veloce, istintivamente trattenevo il respiro, versando acqua dagli annaffiatoi per la concitazione; macchè, quella di guardia dava l’allarme e le altre uscivano fuori e cominciavano a tentare una formazione d’attacco, girando inconsistentemente in cerchi imprevedibili e, distraendosi, strepitavano: "dov’è!? Dov’è!?". Un paio di volta ero sulla rotta, mi hanno trovato e pizzicato. Una strana puntura, senza pungiglione, come una scossa elettrica. Chissà se era un avvertimento o la loro unica arma, raffinata, quasi indolore e hi-tech, tipo bomba intelligente. Piacevole però no. Forse il peggio sarebbe potuto venire. Insomma: era necessario ucciderle. Ed io le ho uccise. Me lo continuo a ripetere: era necessario, ma che dico: indispensabile ucciderle, non c’era altro da fare, nessuna alternativa disponibile, bisognava farlo, la convivenza impossibile, un sogno da romantici. Ho aspettato che, dopo il tramonto, rientrassero tutte nel nido. La prima a cadere è stata quella di guardia. Necessariamente. La realtà impone, noi agiamo. Così si cresce. Molti dicono: "si matura". Un passo dopo l’altro, all’inizio con equilibrio incerto, sorretti da incoraggiamenti e mani premurose, acquisiamo poi maggiore autonomia nel precipitare nell’imbuto della necessità, alcuni planandoci con un elegante volo d’angelo, altri piantando le unghie sulla superficie liscia. Il collo stretto poi è quello lì, lo sappiamo.
Beh… all’Osmannoro ci ritrovammo lì che ci sembrava di essere ancora sull’orlo dell’imbuto, seduti con le gambe penzoloni a sbirciarci dentro, parlottando fitto fra di noi di tutte quelle cose che l’onda lunga dell’adolescenza ci spruzzava ancora fin dentro la bocca. Ci avevano mandati lì, un gruppetto; noi, senza tante domande, c’eravamo andati, con divertita sorpresa a ritrovarci in un enorme deposito preso in affitto, nel bel mezzo di una piana dove, al tempo che fu, i Medici erano andati a caccia di anatre ed all’epoca dei fatti qui narrati già iniziavano le cacce al 3x2 nei primi ipermercati. Avvallamenti, sterri, canali, lasciati da nuove costruzioni o per disordine, consentivano ancora l’affiorare di antiche pozze d’acqua, graziando giunchi e canneti delimitati da lattine, qualche salice fronzuto come da contratto e rimpolpato da buste plastiche, condomini di rane da dove, in un opalescente mattino di fine inverno, spiccò il volo, ritaglio di una copertina patinata, un fenicottero, rosa confetto.
Il deposito era sotto il livello della strada, occupato per la gran parte da altissime scaffalature fissate con enormi viti su su fino al soffitto. In ordine numerico stretto: penso migliaia di faldoni (mai sentita prima questa parola: contenitori per documenti. Accr. di falda; falda: dal gotico "falda" piega), tutti di un unico colore marroncino spento, ma che, in massa compatta e svettante, riverberavano una imponenza e seriosità accusatrice da cattedrale. Nei faldoni: DM. Di color rosa. Stinto. Tutti acquisiti, mi si diceva, truci. In service. Boh. Che c’entravamo allora noi? Eravamo una task-force. Nel senso…? Bisognava tirare fuori RS, RA ed FS. Ah… La nostra bussola sarebbe stata lo stampato (stampante ad aghi, con i forellini ai lati) che ci avrebbe indicato numero di faldone e progressivo del DM da tirare fuori e mettere da parte, proprio perché era un RS, un RA o un FS, la carogna. E poi…? Poi basta. Vabbè… Guarda che ti pagano anche la missione, oraria, ma, insomma, bei soldini. Si, certo…
Tutti intorno ad una lunghissima scrivania eravamo seduti noi 5, i nuovi, e 4 vecchi, coordinanti o, visto il rapporto numerico, sorveglianti. Diligentemente iniziammo a fare i nostri primi mucchietti di RS, RA e FS, con crescente velocità e perizia, tranquilli ci inerpicavamo fin sui più alti ripiani delle scaffalature, quasi sempre senza scala, free-climbing, a tirare giù faldoni ed a rimetterli su, lanciandoceli l’un l’altro, come P. ci aveva detto che faceva anche lui quando andava a raccogliere meloni, lui, così gracile, occhiali e mento puntuto, giacchetta agganciata all’indice, libro nella tasca. Soffriva nel silenzio consentito dalla selvaggia solidarietà in cui provavamo a fermarlo, per l’amore lontano, per una grave situazione familiare, per amici lontani, per la sua biblioteca lontana. Soffriva senza mezze misure, si annegava nei faldoni, riemergeva ancora vivo stringendo fasci di RS, RA o FS grossi come meloni, perfettamente allineati ed in ordine, voleva subito tuffarsi in un altro, gli RS, RA ed FS turbinavano intorno alla figura minuta, lo proteggevano in una bolla rosata fino al sabato, dove veniva puntualmente crono-trasportato in una percezione flessibile del tempo, da sabato a sabato, uno spazio compresso come DM in faldoni. Col tempo applicò tutta la sua indifferenza all’acquisizione DM, forte della rapidità digitale del pianista (davvero bravo) che era. Acquisì e impacchettò e ordinò e compilò modelli riassuntivi e archiviò DM senza respiro, parlando poco, triturando fra le sue dita dati su dati, con brevi e scherzosamente disperati lamenti, nulla di più, salvaguardandosi con frasi tipo Bartelby lo Scrivano: "Preferisco di no", "Forse", "Certo, può essere…". A volte parlavamo di libri, film, cose così. Acuto, colto senza esibizione, intimamente partecipe, lo ascoltavo per ore. In più: rifuggiva il sotterfugio, quello che in Toscana chiamiamo "lacchezzo" (quasi un anagramma di "che lezzo"), la menzogna, il mettere gratuitamente alla gogna, il gonfiarsi come una zampogna, il ridurre all’osso, l’infilare la testa nel fosso… Fu trasferito per ultimo, dopo 9 anni. Dopo tutti gli altri. Mi verrebbe da dire "necessariamente", ma ho già giocato sopra a trovare assonanze e concordanze senza perdere di vista le verosimiglianze e, di stramacchio, la realtà.
All’epoca dei fatti qui narrati, ordunque, accumulava RS, RA ed FS, sotto lo sguardo preoccupato dei vecchi, che facevano distinti mucchietti anche loro, anche se un invisibile campo magnetico li accomunava e li sottraeva al nostro. Da adulti si domina il sottinteso, il non detto e si può davvero non annoiarsi con Harold Pinter. Ma ci vuole esperienza, una certa esperienza. Personalmente mi ci sono voluti una ventina di anni. A capire. Per il dominare non credo di esserci tagliato. Nella claustrofobica, pinteriana (c’è sempre il lettore colto da vellicare) ambientazione del deposito sotto livello-strada dell’Osmannoro appresi un qualche rudimento dell’arte non del dominio (ripeto: proprio non ci sono tagliato), ma del cercare una via di fuga (lettore colto, tu che puoi e sai, cogli la raffinata citazione, orsù) o, al massimo, di difesa. Anche io, particolarmente ritardato, da brandelli di discorso, braccia spalancate, teste basse e ciondolanti come se dolessero nel contemplare ineludibili necessità, captai che poi, quando, da chi, come, dove, perché, entro quando, etc. gli RS, RA ed FS sarebbero dovuti essere "definiti". La stessa parola, scultorea e muscolosa, confermava l’intuizione che persino noi nuovi contemplavamo attoniti: un lavoro ciclopico, al cui cospetto il nostro era solo un pallido preludio. Solo un’altra task-forse avrebbe potuto far fronte alla bisogna e noi nuovi non avevamo certo le conoscenze e l’esperienza necessarie. Per ora: aprire faldoni, cercare RS, RA ed FS, ammucchiarli, torreggianti, in pile e legacci; alla fine in altri faldoni.
Per 6 mesi accumulammo RS, RA ed FS nello stanzone dell’Osmannoro, interrotti solo dal trillare del telefono che insistentemente cercava la ditta Colafer, precedente inquilina, ora proprietaria di una palazzina accanto, dopo il fosso. Cotanta armonia era disturbata forse seriamente solo dal perdurare dei problemi di alloggio, variegatamene risolti in via solo provvisoria. Fui protetto dalle intemperie da svariati posto letto in camera per due, uso cucina (io e P. dalla sig.ra C. abbandonata dal marito ricco, vizioso e rampante imprenditorello; io ed uno studente pugliese, costante nei pediluvi più che nello studio; io e Frank l’americano in fitto presso un cupo proprietario di tre bar; etc.), sempre al prezzo di cartello: L. 250.000 (ne guadagnavo L. 550.000).
Fantasticavamo di una casa fatta con i faldoni e con morbidi giacigli di RS, RA ed FS. Non ricordo chi aveva persino letto che la carta protegge dal fall-out atomico, altro che casa, un rifugio antiatomico di faldoni, RS, RA ed FS ci si poteva fare. Qualcuno altro, precorrendo, già si ristorava da frettolose e fortuite visite all’amata (in) patria, approntando tane scavate fra faldoni e scaffalature, ritratti nei più remoti recessi dell’archivio, sontuoso, ferale e polveroso, come si conviene ad una tana segreta.
Il vecchio G. ce lo diceva e ripeteva: fate come me, fatevi furbi, è fondamentale, necessario, compratevela la casa, che poi vi troverete bene. Con prudenza, con spizzichi e bocconi disseminati lungo i 6 mesi, ci rivelò i fondamenti dell’arte di comprar casa. Dunque, si procede così: dai l’anticipo (magari fai un prestito) e ti installi in casa. Siamo precisi e circostanziati: dai l’anticipo e ti installi in una stanza della casa. Nelle altre stanze tanti bei posti letto da affittare a supplenti, trasferisti, neo-assunti. Così ci paghi il muto, anche due. Mi raccomando: senza uso cucina, eh… Partendo così, dal poco, lui era diventato un vero esperto, raffinato rapporti, trovato canali preferenziali, accumulato i piccoli trucchi che avviano dal mestiere all’arte, non tutto rivelabile plaffete, a gratis, al primo venuto. Lui così ci si era costruito un piccolo regno immobiliare, due appartamenti (o tre, non ricordo, non riuscivo ancora ad invidiare la ricchezza), uno proprio al centro, è roba, continuava a vivere in una stanza, ad annotare colonne di cifre e dati su una piccola agenda che poi richiudeva con uno scatto secco e mani congiunte a nasconderla meglio da quella indiscrezione che cercava guardandoci negli occhi e dondolando il capo ad assentire a se stesso, scotendo polvere dalla giacca, che non era più quella a quadri, l’aveva cambiata con un’altra, il porgitore di sedie direttive, un’altra che mantenne per sei mesi. Quando il direttore ipnotista venne a congratularsi con noi per l’ottimo lavoro svolto (RS, RA ed FS) ed a segnare la prima vera svolta della nostra carriera, con giacca nuova, G. gli porse, solerte e solenne, una sedia.

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