Monday, July 17, 2006

Un grano di miglio non fa rumore part I

UN GRANO DI MIGLIO NON FA RUMORE
- Micromateriali per una micro autobiografia-

Parte I

I dettagli sono importanti, secondo me. Nel linguaggio corrente "dettaglio" finisce con l’essere sinonimo di "secondario"; quasi sempre ci si presenta accoppiato all’aggettivo "inutile". L’esigenza forse profondamente incisa nei nostri circuiti cerebrali di arginare la realtà in regolarità, leggi generali, forme definite, attese che pretendono di non rimanere deluse, ci porta molto spesso alla semplice semplificazione. E’ noto che l’uomo di successo è un temibile semplificatore: poche cose, chiare, depurate da fastidiosi dettagli, sostenute senza timore con un po’ di quello che nel natio dialetto definisco "scilinguagnolo" (abile e rapido favellare). L’uomo di successo, quasi per definizione, guarda al presente: il passato è da liquidare come un accademico dettaglio, una trovata pubblicitaria interessante per far abboccare qualche gonzo, una casa contadina nel marchio, una attenuante generica per darsi un tono o, addirittura, una dignità spendibile. Il presente deve essere usato, non compreso. E’ la trattazione tecnologica del tempo. La scienza è roba da contemplativi: solo ciò che funziona qui ed ora merita attenzione, il resto è, al massimo, un "dettaglio". Le ombre della storia impallidiscono puntualmente all’incedere radioso del presente. Strana cosa la storia: un campo del sapere che fatica ad essere riconosciuto come scientifico, che sfugge agli stretti criteri galileani di ripetibilità ed universalità e che, sopratutto, forse più di ogni altro segmento dell’umano scibile, subisce, con apparente contraddittorietà, l’intenzionale e premeditato intervento falsificante di quelli che la fanno, la studiano, la dimenticano. Da qualche parte ricordo di aver letto quel che diceva a non ricordo chi un pezzo grosso di un lager: "Qui si distrugge la Storia mentre la si fa". Beh, mi sembra che un qualcosa di simile si faccia sempre. Rimangono rottami, relitti, dettagli e lo storico (quelli per davvero, mica io) opera come un detective dopo il delitto: cerca particolari rivelatori, tracce quasi invisibili che l’assassino ha dimenticato di cancellare. A me piacciono i dettagli (ma non ho l'intelligenza ed il disincanto di un detective), anche perché spesso si presentano come buffi raccontini. Imbattermi nella storiella dei bulbi di tulipano e della Borsa mi divertì un sacco. La dico in due parole. Nel corso del ‘600 si affermò in Europa e soprattutto in Olanda (naturalmente fra le classi privilegiate, molto privilegiate) la moda dei tulipani: tutti volevano i più belli, i più grandi, i più rari. Si sviluppò un mercato fiorentissimo di bulbi di tulipano, tentacolandosi velocemente in contrattazioni, assicurazioni, opzioni, promesse di vendita ed acquisto, crediti, insomma tutte quelle cose che, tradotte in inglese, oggi riempiono i vuoti di conversazione fra i bancari che vanno a prendere il caffè/cornetto nel bar dove vado anche io. Ad Amsterdam le contrattazioni avvenivano di preferenza in una taverna che (pare) fosse gestita da italiani della famiglia Della Borsa. La parabola raggiunse il suo apice con follie di ogni genere e poi la bolla speculativa scoppiò: rovina, debiti insoluti, crediti inesigibili, vomitavano al solo sentire la parola "tulipano", il virus si diffuse in vari ed ampi settori dell’economia e degli scambi. L’ultimo che si ritrovò con in mano il cerino acceso di un bulbo comprato a prezzo da capogiro, ma che non riusciva a rivendere, fu il primo a capirlo. I tulipani non li voleva più nessuno, ma divennero il simbolo dell’Olanda e la Borsa era una neonata già vigorosa e piena di utensili. Fine. Dopo aver saputo questo capii immediatamente che la Borsa non faceva per me, in quanto i tulipani li trovo francamente antipatici, quasi quanto il pittosporo, l’araucaria e la magnolia. Continuo a preferire le viole mammole, così piccole, con quel colore così umbratile ed il profumo che anestetizza l’olfatto (la seconda annusata deve essere fatta dopo un po’ di tempo dalla prima). E’ ovvio: proietto nelle piante l’immagine che ho (o voglio avere… vallo a capì…) di me stesso. Così come mi piacciono i cani arruffati, ma non piccoli e non mi piacciono quelli a pelo raso. Quando arrivai fresco fresco all’ inps ero ancora più arruffato e scarmigliato di Sibilla (l’amata mia cagna). Sembrava protesta, provocazione ed era solo lo spaesamento che mi accompagnerà per tutta la vita, come se ogni mattina mi svegliassi e, per la fretta di scappare in un altro mondo, mi infilassi addosso le prime cose che trovo. Così malamente addobbato mi sono aggirato nei miei ultimi 22 anni di servizio inpsico, incapace di capire il disegno generale, precipitando in ogni poro spalancato sulla pelle dell’enorme mano su cui camminavo, sfuggendo, forse, così alla mortale sua stretta. Wow…
Vorrei cominciare dall’inizio e dire tutto, ma ogni autobiografo sa che non c’è un inizio riconoscibile e che non si può dire tutto. Proverà a dire tutto qualche biografo quando il tempo avrà archiviato ogni possibile disagio. Nel mio piccolo parteciperò all’opera di travisamento del passato che ci consente di sopravvivere.
Ma iniziamo, infiliamo il cartello "partenza" al mio primo arrivo a Firenze come fortunato estratto in un concorso a quiz ed emigrante di lusso sulla nota direttrice sud-nord. Non sapevo dove andare a dormire. Non sapevo dove andare a mangiare. Non sapevo dove era viale Belfiore. Presi una stanzina in una pensione (accanto piazza della Signoria… incosciente) e comprai una cartina di Firenze. Il mattino della data fatidica fummo intruppati da un allusivo (a cosa?) usciere al piano direzione e ci sorbimmo quieti un discorsetto introduttivo di un direttore. Non mi ricordo assolutamente cosa disse, ma ricordo che aveva un completo grigio, dita sottili da ipnotizzatore che agitava e fregava l’una contro l’altra davanti agli occhi di tutti noi neo-assunti schierati in fila ed in piedi, sorridente e cordiale, rifiutando con naturalezza e senza sottolineature la sedia che gli veniva offerta da un subordinato trasandato con una giacca a quadri e barba non fatta, lì in una stanza dove le sedie abbondavano. Poco più o poco meno, ma tutti eravamo storditi e l’allenamento effettuato a scuola a sorbirsi logorree non ci soccorreva lì, dove non bastava spegnere lo sguardo ed attendere pazientemente il suono della campanella, dove lo status di adulti ci sembrava imporre un atteggiamento distaccato o complice, ma in maniera per così dire attiva, adulta, appunto. Notai però un ragazzo appena più grande di noi che pregno di energie represse non riusciva a trattenere arguti puntelli, sagge chiose, rimandi e note al margine (che dicevano di se stesse: "sono una nota al margine, ma presto sarò grande e diventerò un’appendice, magari con tabelle e grafici, chissa’…") a cui il direttore rispondeva con educata non curanza che solo una solida esperienza sulle strade vere del potere può dare. Il neo-collega era però sicuro del fatto suo, anche per un particolare non trascurabile: era l’unico toscano del gruppo. Ancora: era di Firenze. Ricordiamo: all’epoca "La Nazione" informava su una rapina con titoli tipo "Banda di meridionali effettua l’ennesima rapina". Non basta: proveniva da un ministero, non era un novellino. Ci avrebbe mangiato sulla testa a tutti, ne era certo e non lo nascondeva. Lisciava distrattamente i capelli con la fila e saettava occhiate e sorrideva sornione sormontando una precoce pancetta e sapeva già il finale e quasi tutte le battute del copione. Noi ci guardavamo l’un l’altro un po’ impacciati, ma alla fine ci fu aperto uno spiraglio che sembrava concreto sul nostro futuro: avremmo frequentato un corso nei locali della sede regionale. Palazzo dei Pazzi, proprio accanto Piazza Duomo.
Il corso fu tenuto da un quieto "esperto", non dotato di grande comunicativa e forza di persuasione che cercava però di essere diligente. Dai pochi spezzoni che ascoltai ricordo parole come "DM", "sistema", "prestazioni". Noi eravamo proni apparentemente a prendere appunti, in realtà ad annotare numeri telefonici ed indirizzi di affittacamere, scambiandoci informazioni su prezzi e condizioni, alleandoci su base etnica, ma l’impresa sembrava sempre disperata. L’esperto cercava di attrarre la nostra attenzione con racconti di un suo mitico viaggio in Polonia, ma anche il neo-collega toscano e fiorentino nonché ministeriale non ne era entusiasta. Un vero evento tellurico che scosse la platea fu la visita del Grande Dirigente. Busso’ alla porta e dopo il classico "…non voglio disturbare la lezione…" si esibì per una mezz’ora buona, con l’esperto relegato docile a fare da sfondo e Lui a farci capire quanto era rude, realista e senza fedi, attento solo quanto basta alle regole, giusto così, per non aver problemi, sottolineando tutto ciò con una ghirlanda di indizi sull’importanza che rivestiva la vita sessuale soprattutto nella sua vita di scatenato scapolo. Il purosangue fiorentino scattò al galoppo, lucido e nevrile come un dobermann, dritto fra le braccia del G.D., in un saggio di scoppiettante e sapido humor toscano (che poi il cinema avrebbe santificato), destreggiandosi in un duetto ai più incomprensibile ma che gli fece meritare sul campo il virile grado di "figlio di p…", un investitura che il wasp accettò gongolante e solo un po’ barcollando alla vigorosa manata di investitura affibbiatagli dal G.D. Per parte mia fu l’ultima volta che vidi il G.D. né ebbi più molte notizie al suo riguardo, tranne un fotogramma: ictus (o qualcosa del genere), sedia a rotelle, solitudine. Ma quella volta lì lasciò la stanza con un’ ultima battuta al fulmicotone e sulla scia di questa c’era l’esperto ossequioso fino alla porta, ma mancò l’applauso che la "carrettella" degli attori esperti implicherebbe. Una collega era in lacrime, offesa da una battuta del G.D. al suo indirizzo. Io pensai che l’avrei picchiato con gusto. Il purosangue ridacchiava fra se e se. Un altro neo-collega iniziò uno splendido disegno con un enorme forchetta dove si avvoltolavano in un miracoloso ordine spaghetti grondanti di sugo. Il viaggio in Polonia non poteva competere con la fame atavica delle plebi meridionali. La lezione si trascinò solo per un altro po’, fino alla fine della settimana prevista. L’esperto fu risucchiato dalla scenografia, noi trovammo quasi tutti un posto dove dormire. A me tocco’ un letto senza uso cucina in una camera per due, a Scandicci. Nella camera c’era un cane impagliato ("…è che quando gli è morto hun me la son sentita di bruciallo…Gl' era come un figliolo per me…"), ma i suoi occhi di vetro sembravano comprensivi e quasi umani quando mi guardavano scaldare i barattoli di fagioli sul termosifone. La pensioncina accanto piazza della Signoria aveva rapidissimamente bruciato ogni mio avere.
Fine parte I - continua

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