Monday, July 24, 2006

Un grano di miglio III
In manicomio ci sono stato per davvero, come qualcuno avrà creduto di intuire. Parzialmente smentendo detta intuizione, preciso: non da internato. I seguaci di Basaglia imperversavano e, anche a volerlo, non mi ci avrebbero chiuso. Ci ero andato a fare "qualcosa", quel "fare qualcosa" che oggi equivale (anche per me, chino il capo) a "far passare il tempo" ed invece allora significava "qualcosa", cioè, una "qualunque cosa" desse l’impressione anche ad un imbecillotto di provincia come me di fare "qualcosa" che non si capiva neanche bene che era ma almeno era una cosa, anche se qualche. Naturalmente mi ci avevano anche trascinato, tipi volenterosi che volevano fare qualcosa anche loro, fra cui tale I., ragazza carina, faccino puro, trasudante fiducia nell’umanità, che faceva un sacco di qualcose per detta umanità, delle più disparate, con regolare ragazzo alto, bello, caustico, che rimaneva lì un po’ ai bordi del tutto, ad aspettare che I. si stufasse di giocare e convolasse a giuste nozze aventi, come corollario, l’apertura di uno studio di commercialista (o avvocato, non ricordo bene) grazie all’azione congiunta di sinergie familiari. Secondo me si sono sposati, alla fine.
Il ricordo del manicomio, del mio primo ingresso soprattutto, basta ed avanza a farmi rimanere convinto assertore della bontà della cosiddetta legge Basaglia. Non intendo annoiare con strazianti descrizioni. Due pennellate ed una digressione su un dettaglio, però, me le consento. Dunque: la prima cosa che ti succedeva dopo aver varcato il cancello era che ti chiedevano una sigaretta. Poi un’altra, poi un’altra, poi un’altra, etc. Finivi il pacchetto in pochi minuti. Tutto il rapporto umano era almeno inaugurato dalla richiesta di una sigaretta, ma più spesso si riduceva a quello. Tutto era ridotto a pochi riti (sigaretta inclusa), poche interrelazioni e, soprattutto, poche parole. Uno chissà perché pensa sempre che il matto dia di fuori con il cervello e o sta zitto o parla troppo. In parte è vero, ma quello che ricordo io è che le parole, le più usate, le più frequenti, erano poche, pochissime. Si parlava dialetto, l’italiano era una vera rarità (ed è superfluo spiegare il perché), ma era un dialetto misero, parlato a mezza bocca, senza snodi o aritmie, un codice più che una lingua, senza sfumature, uno slang o solo uno strumento, probabilmente nato lì, dove molti avevano vissuto grande o grandissima parte della propria vita. Noi, facevamo "qualcosa" per una nostra coetanea (20 anni) che era stata variamente internata da quando ne aveva 6. Via… ma quali sfumature sono possibili in un manicomio? Mi sembra di aver capito che una informazione analogica lascia spazio, troppo spazio, fra zero ed uno, quello che fece la gioia dei passatisti, dei sofisti e dei complicatori d’ogni risma. L’informazione binaria no: zero oppure uno e basta. Nessuna incertezza e nessuna sfumatura. Lì sembrava tutto binario. Quale può essere il dettaglio sfaccettato in un manicomio? Uno almeno però lo trovai; anzi, per essere esatti, mi e ci fu sbattuto in faccia: i liberti. Li chiamò così uno psichiatra, insomma uno che se ne intendeva, con una certa irritazione. Me ne ricordo distintamente il primo che conobbi di ‘sti liberti. Descrivo senza aggiungere colore: occhiali da sole e capello raggomitolato in un ciuffo corvino, basetta florida e labbro beffardo, camicia sbottonata e catenina cicciotta al collo, cintura larga e mazzo di chiavi auto che facevano clang-clang-ting ad ogni passo. Era stato interpellato, in veste di esperto/amante/quasi precettore/guardia di confine, in merito alla ragazza per cui si era deciso di fare il qualcosa. Parlò con la ponderatezza e l’approfondita conoscenza dei problemi che solo la diretta esperienza della follia può dare. Un po’ mi sembrò anche contento che gliela levassimo, almeno per qualche tempo, dai piedi: il suo status di liberto, di schiavo liberato, di ex pazzo ma ancora un pochino pazzo quel tanto che basta a rimanere in manicomio ma uscire pure fuori, gli offriva opportunità molto ricche, anche in fatto di donne, dentro e fuori. Lo psichiatrino giovinetto che era nostro alleato per il qualcosa, gli chiese quando pensava che sarebbe toccato a lui fare il gran salto, di lasciare il manicomio definitivamente, di smetterla con questa vita a metà (stavo per scrivere schizofrenica, ma non è il caso). Il liberto disse che non ce la faceva, proprio non ce la faceva, ci aveva un qualcosa ancora lì nella testa: sarebbe restato un altro po’ in manicomio, almeno un altro po’, aveva firmato, lui, e che miseria. Uscendo dalla stanzetta dello psichiatrino giovinetto il liberto incrociò un corpulento infermiere e simulò un colpo ai di lui genitali e quello rispose con uno scherzoso scappellotto alla nuca del liberto.
E non era l’unico liberto del manicomio, il liberto. Un piede dentro ed uno fuori, era un piccolo, ma importante gruppo, quello dei liberti ed uno tende automaticamente ad associarli ai kapò dei lager, alle spie dei carceri, al bidello leccapiedi della scuola, ma appiattire il liberto sul kapò limita la fantasia della realtà. Un liberto era, all’occorrenza ed in alcuni casi, anche un kapò, o un mediatore, o un intrallazzatore, o uno che alla fin fine poteva mettere su tutta una serie di piccoli traffici lucrosi (in denaro, sigarette, sesso) con i pazzi ed i non pazzi, e fra pazzi e non pazzi, ma a me affascinò la scheletratura del gioco di relazioni all’interno della "istituzione totale" che quasi trovava una sua sintesi nella figura del liberto. A grandi linee: il liberto poteva pure essere un bastardo ed agire da gran bastardo, ma era irrimediabilmente infilato in un ruolo che poteva esistere solo in quella situazione. Detto altrimenti: con tutti e due i piedi fuori dal manicomio non sarebbe stato neanche un liberto. Procediamo: fuori dal manicomio, forse era troppo difficile per lui, forse aveva davvero "qualcosa" ancora nella testa, forse aveva bisogno di protezione, conforto, di un’area protetta dove poteva essere qualcosa, poteva trovare una nicchia di vita ed azione dove poter essere l’ Homo faber costruttore e protagonista, pagando un prezzo che, annusato solamente dall’occasionale visitatore di manicomi, poteva sembrare alto, molto alto, per il solo essere costretti a convivere con il buio terrorizzante, senza nome e senza origine, che modellava volti storpiati da caricature di risate e pianti arginati dal ritmare della pillola blu, pillola bianca, inconcludente giro nel parco spelacchiato, sigaretta, ce l’hai la sigaretta, ‘na sigaretta capo, ‘a sigaretta, fammi fumare, fammi accendere, dammi 100 lire per le sigarette, a cui l’esistenza stessa del liberto, la sua capacità o necessità o addirittura scelta di convivenza, alla fine dava una patente di sopportabilità, se non di (lo dico? Si lo dico) normalità, di continuità fra la norma e l’abnorme.
Gli agglomerati e conglomerati e agglutinati umani mi hanno sempre incuriosito e spaventato. Con il tempo mi sembra di poter considerare come dato acquisito il fatto che alcune direttrici siano costanti e facilmente individuabili (almeno superate alcune masse critiche e/o poste alcune condizioni) e l’etologia effettivamente fornisce utili suggerimenti o, quantomeno, terminologie. L’ordine di beccata (gallina A becca galline B, C, D,… gallina B becca C, D,… ma non gallina A etc.) o le parate nunziali durante il corteggiamento o la cosiddetta bolla territoriale (l’invisibile soglia oltre la quale c’è l’aggressione o l’intimità) possono essere degli esempi. Lo scarto da queste rappresenta l’umano, forse.
A volte capita di osservare variegati insiemi umani che non si compongono in un disegno unico, frammentandosi in gruppi e sottogruppi ed addirittura individui esemplari, sotto la pressione di fattori esterni o per l’urgenza di far riferimento ad essi e non all’ambito in cui l’osservazione stessa avviene. Da racconti ed esperienza diretta posso dire che le sedi inps medie e medio-grandi hanno rappresentato, per un certo tempo, un luogo privilegiato di osservazione, essendo in esse travasata o echeggiante tutta la peristalsi sociale in una fase di critico passaggio, con il vantaggio di proporre all’osservatore versioni essenzializzate (ridotte all’osso) di tali contorcimenti e conati storico/sociali, in un arazzo chiassoso e solo all’apparenza frammentato. Chiariamo: alla sede inps Firenze ci sono stato giusto qualche mese, in attesa della definitiva destinazione. L’urto ed il segno lasciatomi da tale manciata di tempo, fu però profondo e, nel ricordo, immarcescente. Concausa nel determinare tale indelebilità può essere considerato il fatto che presi i primi contatti con quella che sarebbe diventata la mia terra (oggi mio figlio con naturalezza mi chiede: "scusa, papo, ma voi meridionali… no, perché, qui, noi, in Toscana…") anche per il tramite della sede inps di Firenze. Era una terra che avevo più o meno scelto come destinazione della mia emigrazione, ingannato, come tutti ed ancora oggi, dalla morbidezza dei colli e dal fasto delle arti, ove l’ h aspirata era ariosità di paesaggi e singulto di stupore. Nei fatti la prima cosa che mi colpì fu il bar interno della sede inps, il bar con annessa sala per assemblee e sede CRAL. Fu un urtare o un affondare, una gelatina umana che si sfrangiava e ricomponeva di continuo in nuove concrezioni avvolte dal fumo di sigarette e spolverate di briciole di panini e mortadella, per poi gonfiarsi, ribollire di voci e risate e poi evaporare verso le scale e gli uffici trascinandosi dietro ancora odore di caffè e lunghi sonagli di parole sventagliate sotto il naso di un nuovo rigagnolo che colava verso basso, verso il bar. Si spettegolava lì, ci si esibiva lì, nascevano amori lì. Si ricordavano anche un paio di quasi risse a bottigliate. Politica, sesso e calcio meritavano più di altro l’attenzione. Aneddoti boccacceschi irroravano tutti i colloqui, si tramandavano dai vecchi ai giovani, l’archivio al secondo semi-interrato aveva fatto da alcova per complicati girotondi di amori, più o meno clandestini, ma alla fine si veniva a sapere tutto di tutti. Sembra strano a me ricordarlo: alla sede inps di Firenze c’era lo spaccio alimentari, gestito dal CRAL, proprio di fronte al bar. Un etto di burro al parroco, 2 chili di pasta al bolscevico, una bottiglia di spuma al farmacista ed i grissini alla più bona. Nell’amalgama si stagliavano i più generosi interpreti di se stessi, ma i migliori erano aurati dalla forza della rappresentatività. La tagliente iconoclastia toscana e, nello specifico, la solida tradizione anti-clericale sbocciavano nelle vesti del corpulento T. che aveva avuto la bella idea di chiamare il proprio cane Wojtila, dandosi così il destro per tutta una serie di svisate fantasiose che giungevano anche all’incoraggiamento, urlato a gran voce allo spelacchiato bastardino, ad un rapido espletamento di funzioni intestinali nel corso delle passeggiate igieniche. L’atmosfera di raffinato erotismo tipicamente fiorentino, avvolgeva R., bello come sono belli i belli dei romanzi di Liala e delle balere, impomatato, profumato, ammiccante, sapientemente misterioso, elegante che con eleganza dribblava la propria balbuzie a mitraglia: in presenza di qualsiasi individuo di sesso femminile, lentamente si denudava gli splendidi occhi grigio-azzurro, calando con lentezza gli occhiali da sole fino a sfiorarsi le labbra tumide e sornione con le stanghette e poi, fluentemente, cantava "Non ho l’età" o "Mi porti un bacione a Firenze" o "Donna cosa si fa per te" o i più melliflui successi del momento, modulandosi in base ad età, provenienza, qualifica, mansioni etc. della destinataria, ma mai considerando il puro aspetto fisico: dell’ecumene femmineo afferrava solo la nascosta essenza. C’era persino P. che poetava in rima fustigando i costumi del luogo, satireggiando all’impronta ed in rima baciata sui vizi e sulle pretese virtù che il suo occhio di vetro strabuzzato in fuori dalle palpebre inseguiva con sfrontata fissità. Tutti dicevano che P. vedeva meglio dall’occhio di vetro che da quello buono, epigono disadorno dei ciechi vati del passato, e che se l’era fatto mettere solo per cavarselo fuori e farlo rotolare sulle scrivanie dei capo-ufficio che gli volevano affibbiare una qualche ulteriore incombenza. C’era la grassona ridanciana, il napoletano ancora oggetto di incuriosita simpatia, l’ex pugile con il naso frantumato, l’indefesso conoscitore di circolari che un cuore traditore farà accasciare di lì a poco sull’ultima circolare, il gigantesco autore di fiabe per bambini con la vocina fessa, l’educanda sempre pronta a trasalire, la misteriosa fumatrice accanto al termosifone, l’ex staffetta partigiana che ora aspettava ingrigita la pensione, il barbuto internazionalista che voleva venderti il giornale mentre sgranocchiavi il cornetto, il severo archiviatore di cui tutti poi rimpiangeranno il maniacale ordine, la bellissima a cui il marito aveva preferito la bruttissima, insomma tutta quella umanità sbilenca, asimmetrica, che il tempo, la convivenza strutturata ed il silenzio di dio concorrono a sbalzare fuori dalla vita e, forse, a donarle umanità. I capi di ogni gradazione la fendevano a coppie (cosa? La vita o l’umanità sbilenca? Tutte e due), come i carabinieri alle fiere, terrei, occhiuti, con la giacca e la cravatta, ultimo bastione di autorevolezza, guardando insistentemente l’orologio (azione a doppia valenza semantica: accidenti-è-tardi-ed-io-sono-impegnatissimo e/o ti-tengo-d’occhio-brutto-scansafatiche), occasionalmente attorniati dagli ultimi fedelissimi annuenti. Della mancanza del sorriso ne facevano bandiera, ma forse era il presagio del declino, il loro ma non solo. Quando mi trovo di fronte al mare ho la stessa sensazione: un gigante liquido che cerca ancora di respirare. Il cambiamento era nell’aria. Non solo: si invocava il cambiamento, con la monotonia di un mantra. I capi si avviavano ad essere "burosauri", il popolo del bar aveva bisogno che qualcuno gli chiarisse la "mission". Un mondo piccolo si sbriciolava, i suoi confini frantumati, i totem rosicchiati, i miti affettati dalla logica, i riti messi in formalina, le vesti colorate ed impudiche allungate fino a sotto il ginocchio e sopra al collo, cibi saporosi e grassi si rivelavano panpatogeni, acciaio inox, monocolture, nuove malattie, forse anche la posizione detta "del missionario". Freschi di doccia, abbigliamento casual, sguardo tagliente, sbarcavano al bar, in gruppo. Ecco quelli del centro elettronico, procedendo con lentezza, incarnazione della confutazione del luddismo in bianco camice: le macchine avrebbero liberato l’uomo dalla fatica bruta, riservandogli solo la cerebralità. Arrotavano un acronimo dietro un acrostico, prendevano fiato solo per scambiarsi floppy e cavi. Litigando arrivavano i sindacalisti, litigando prendevano insieme il caffè, litigando convenivano sulla necessità di liberarsi di zavorre e pastoie: fatti non parole, come avrebbe parafrasato un ventennio dopo Palmiro Cangini. I sindacalisti di sinistra convenivano sopperendo con una più solida ossatura politica alla leggerezza ed agilità con cui convenivano gli altri, che sotto sotto invidiavano: il muro di Berlino era ancora in piedi ma il tizio che aveva detto che "un fatto è una verità sterile" era solo un poeta. Allegri e scanzonati come matricole sorbivano caffè decaffeinati ed inediti beveraggi i nuovi capi, senza cravatta, avambracci scoperti, solidali con i sottoposti (collaboratori, meglio), giocando ad adattare trasversalmente neonate terminologie a differenti contesti. Loro avevano già cominciato ad andare a quei corsi dove si insegnava a volare alto come l’aquila, anche perché basta crederci di essere un aquila, amico, credi in te stesso, amico, credimi, tu sei un’aquila non un pollo, basta crederci ed anche se l’aveva detto Lenin ‘sta storia dell’aquila e del pollo quando era morta la Luxemburg (per altro citando una favola russa), ok amico, pensa al qui ed ora, amico, ed ora andrai su quel palco e canterai, amico, oh se canterai, perché sei grande amico e tutti ti amano amico, perché credi in te stesso amico, amati amico, e devi farlo capire che ti ami, amico, devi darti un’immagine, amico… etc.
Capitai a lavorare in un ufficio che non ricordo con giovani impiegati già pregni di nuove istanze, ma di cui, francamente, non ricordo i nomi, dove mi misero a fare mucchietti in base a sigle che non ricordo per un fine che non mi fu rivelato. Immobilizzato nella grevità istupidita dell’ Uomo di Neanderthal non provai neanche ad imitare questi novelli Homo Sapiens, le loro movenze atletiche ed aggraziate, il loro linguaggio sciolto ed eternamente scherzoso. Erano più alti di me e più magri. Sembravano presi di peso da una pubblicità di un gelato, da gustare sensualmente sulla spiaggia, dilaniandosi in sorrisi. Trattavano con cameratismo il capetto dell’ufficio, ma lavoravano alacremente, sistematicamente, come se la cosa li rigenerasse, lungi però da ossequi formali per regole, sapendo che c’era una scala di priorità nel lavoro e quel che capitava in fondo alla scala andava, impietosamente ma semplicemente, cestinato. Avevano anche hobbies originali, ma non ricordo quali fossero. Trovavano molto divertente alludere continuamente alla vorace carnalità delle rispettive mogli ed alla speculare difficoltà dei mariti nel soddisfarle. Qualcosa di vero probabilmente c’era visto che poi il marito di non so chi si mise con la moglie di non so chi il cui marito si mise con la moglie di non so chi che era diventata l’amante del marito di non so chi, cosa che determinò, collateralmente, la fine dell’alacre ufficio. Storia vecchia come il mondo.
Io non avevo ancora capito niente di niente (anche se credo di aver fatto ben pochi progressi in seguito). Osservavo, ma cercai persino di documentarmi: mi abbonai persino a "Sistema Previdenza" (una sorta di rivista teorica, dove si disquisiva di marketing, immagine, differenza fra cambiamento e trasformazione, etc.), con trattenuta diretta sullo stipendio. Non me ne fu mai consegnata neanche una copia, ma ne scoprii pacchi enormi ed ancora imballati in un sottoscala, per cui, poco male. Gli articoli li trovavo astrusi e spesso oziosi, i dati di partenza piuttosto dubbi, le tabelle spesso imbellettavano ma non dimostravano, ma alcuni concetti erano più che chiari, anche se più che altro da accettare come articoli di fede, ma, diciamolo, molto ben presentati. Lessi anche un paio di libretti consigliati dalla rivista.
"La regola degli errori, dicevano questi libri, è la chiave per la delega dell’autorità. Essa conserva l’equilibrio fra l’autorità e la responsabilità delegante. Grazie ad essa la delega della responsabilità diviene operante e non è più un fatto formale. Applicando la regola degli errori i dirigenti, di qualunque livello essi siano, possono "puntare al sodo. Non rischieranno più di badare agli alberi senza vedere la foresta; saranno in grado di guardare ai risultati complessivi, non ai piccoli errori". E alla fine di ogni capitolo, su speciale cartoncino rosa, un modulo di quiz da riempire, detto lista di controllo. I dipendenti hanno paura di affrontare un rischio? Con accanto il quadratino del si e quello del no, e sotto quattro righe in bianco per l’esempio, Insistono troppo per la precisione dei particolari? Chi? Quadratini e righi da riempire. Si sentono liberi di sperimentare metodi nuovi nel proprio lavoro? Esempi recenti. Etc.".
Ho dovuto scriverla in corsivo perché, pur rendendo bene l’idea, ‘sta cosa non l’ho scritta io. L’ha scritta tale Luciano Bianciardi, un tipo poco raccomandabile, grossetano di origini senesi, figuriamoci. Faceva il traduttore e lo scrittore. Questo l’aveva scritto in un suo libro, "La vita agra", nel 1962, parlando di un periodo precedente in cui, per sbarcare il classico lunario, traduceva testi aziendali americani. Bianciardi morì a 44 anni di cirrosi epatica. Quello che lui traduceva gli è sopravvissuto: ancora oggi, 43 anni dopo, sento di tanto in tanto ripropormi come novità l’albero e la foresta, fulminea e generica metafora, che però fa il suo effetto come saggezza pret-a-porter, chiude rapidamente il discorso, non offre il fianco a critiche (perché non ha fianchi), ti ritrovi quasi a dover rispondere a millenni di ricerca filosofica, in definitiva ti senti anche un ignorante. Certo bisogna saperla dire la cosa. Se la dico io fa solo ridere.


Fine parte III - continua

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