Tuesday, July 25, 2006

Un grano di miglio part. VII

"L’Italia è piena di attori…" commentava con malcelata acidità Orson Welles l’unanime sorpresa di un grande film italiano interpretato da attori non professionisti. Ci andò bene…: solo aprendo un pochettino la valvola Welles avrebbe potuto anche commentare "L’Italia è piena di ladri… e non solo di biciclette…". Ma a pensarci bene.. meglio la prima. Certo, in quegli anni erano ancora freschi i cinegiornali con Mussolini flessibile di articolazioni che roteava bulbi oculari e neologismi contemplando campi di grano e patetiche parate di patetici carretti armati alla meglio, dove effettivamente c’era un che di recitina parrocchiale, con il reuccio dai baffoni posticci ed il cappellone un po’ troppo alto, la reginotta procace accanto, i generali con il panzone su cui si distendevano (praticamente in orizzontale) le medaglie, gli ossuti gerarchi con la brillantina e l’occhio annaspante a cercare il segno di "la battuta è tua mo’…" o il "psst-psst" da dietro le quinte, il popolo festante, festante comunque (l’italico, quello "acciaiato" di Storace, l’ uomo che respirava per ordine del duce). ‘Sto commento di Orson Wells lo apprezzai forse in pieno quando mi balzò all’occhio un dettaglio del filmato finale, il filmato che avevo visto più volte e che capita spesso di rivedere, il filmato di piazzale Loreto. L’hanno tirato giù il cadavere di Mussolini, sconquassato, la testa ottagonale a forza di botte, un occhio che mi sembra spostato, anche se ancora un po’ aperto, come l’altro e la bocca. Accanto, sulla destra, c’è la Petacci, il suo corpo tocca quello del "suo" uomo, la faccia sporca di sangue e la camicia bianca un po’ aperta sul petto, pulita, almeno sembra pulita. Sulla sinistra c’è una ragazza, viva però, e lo dice, di essere viva, alla macchina che registra le immagini, con le mani sui fianchi ed il sorriso. Poi si gira verso il cadavere e gli sputa, grossomodo in faccia. Poi riguarda nell’obiettivo e risorride, Poi di nuovo: sputo, sguardo dritto e mani sui fianchi, sorriso da aspirante diva. Chi era ‘sta ragazza? Come si chiamava ‘sta ragazza milanese? Che fine ha fatto? Moglie-sorella-fidanzata (madre no, troppo giovane) di uno dei partigiani impiccati (15, mi pare) sempre lì, a piazzale Loreto, pochi giorni prima? Una ragazza carina fra l’altro, giovane, probabilmente nata dopo la Marcia su Roma, che tira certe sputacchiate, cacchiarola, ferma, ogni tanto vibra appena perché qualcuno, da dietro, la urta nel casino generale, ma lei è concentratissima sulla sequenza sputacchiata-sorriso e non si muove di lì, perfettamente cosciente del suo ruolo di Nuova Italia che rompe con il Passato per risorgere più bella e splendente che pria, ci somiglia persino un po’ alla matrona-italia che vedevo stampata sulle monete fino a qualche tempo fa. Uno dice: ma che cacchio, però la sputacchiata non c’entra. Rispondo: la sputacchiata è essenziale, c’è del genio teatrale, proprio lì, nello scompattamento del dramma.
Torniamo un attimo indietro, ai cinegiornali del regime, quelli con la voce declamatoria un po’ nasale che illustrava con oratoria a bocca rotonda (ma tutti capivano che diceva?) l’impero, tagli di grano ed armamenti poderosi vari e confrontiamoli con quelli, coevi, dei tedeschi del Terzo Reich. I tedeschi producevano filmati di regime da manuale, compatti e taglienti come una baionetta, piatti, in fin dei conti, come una baionetta, appunto. Il tema delle due tipologie produttive è più o meno sempre quello, o almeno lo sembra, addirittura gli interpreti potrebbero sembrare gli stessi, ma alla fine sono i tedeschi quelli che ti mettono paura. Cosa ha di meno ridicolo, di meno incongruo con la religione da loro stessi evocata e predicata un Hitler con i baffetti ed il culetto da puttino, un Gobbels alto m. 1, 50 ad abbondare, azzoppato dalla polio (lui diceva che era una ferita di guerra), un Goering con il panzone e la fialetta di morfina nel taschino, un Himmler con la faccia da bracco e le spallucce cadenti? Ce ne fosse stato uno alto, biondo, occhi azzurri da operazione Lebensborn, tranne forse Heydrich su cui pesava il sospetto di sangue ebraico. Ma tu te lo saresti messo il cappello con il teschio e le tibie incrociate avendo una facciottina come quella di Himmler? Oppure, non avresti scelto un altro attore o, avendo solo quello lì, non gli avresti detto: dai, togliti ‘sto cappello con la capa di morto, che, davvero, chi vuoi che ti creda? Ma mettono paura. Non è solo la raffinata regia della Reifensthal, è che proprio loro sono, sorprendentemente, coerenti con le fiaccole ordinate a forma di svastica, con gli elmetti a zig-zag che nascondono gli occhi, con i carri armati con le corazze di cemento, con gli Stukas che, giù, picchiavano con il fischio raggelante (messo lì a bella posta, mica venuto per sbaglio). Sono maschere di sciamani di una religione che ignora la contraddizione, l’ha piallata, non superata o trascesa; loro possono bagnarsi sempre nelle stessa acqua dello stesso fiume che scorre, sono immobili su un qualche vertice acuminato, avvinti nel supremo Potere, che bello non può essere ed è per questo che belli non sono manco loro: i loro corpi sgraziati sono il pegno pagato al Superno, scarnificati, resi immateriali dalla Missione Suprema. Sono l’Armonia Nuova, totale, cristallina, incorruttibile, che tutto omogeneizza. Sono la Classicità e la Purezza che l’ Occidente di tanto in tanto sogna. La loro fine, si sa, è nello stesso stile: lì nel bunker sotterraneo, con la Hitler Jugen che si sta facendo massacrare, il rombo dei cannoni in sottofondo, il matrimonio, la panna, niente sigarette che il Fuhrer si incazza, cianuro alla cagna ed ai cuccioli per vedere se funziona, si, funziona, quindi cianuro alla signora Gobbels che da’ le capsuline ai cinque figli, colpo di pistola, tentativo di bruciare i cadaveri, tentativo non completamente riuscito, piccola imperfezione, imperdonabile. Nella pira funebre pare che si consumi solo uno dei due testicoli del Fuhrer; i medici russi che eseguono l’autopsia annotano gongolanti sul referto che Hitler ci aveva una palla sola, ergo…
Hitler non si è mai sognato di mettersi a torso nudo a tagliare il grano, a fare il cavallerizzo, il pilota o, insomma, ad interpretare di persona un mito qualsiasi, non guarda nell’obiettivo della macchina da presa; più o meno compare quasi sempre in divisa, sta recitando un univoco dramma a sbocco obbligato. Vuoi mettere? Mussolini impennacchiato, con il fez, in costume da bagno, alla posa della prima pietra (con tanto di cazzuola e cemento), Mussolini automobilista, in rendigote, con la cacciatora, che balla, fa il ginnasta, di giorno spezza le reni ai cavalli e di notte alle donne. Mussolini guarda nell’obiettivo. E con lui tutti gli altri. Sa forse molto bene che l’italico popolo non è per niente "acciaiato", anzi, per usare le sue parole, il popolo italiano urla con urlo muto un solo sentimento: "Fate quel che volete, ma fatecelo sapere dopo…". L’entrata in guerra è "mi servono mille morti per sedermi al tavolo dei vincitori" (ma non l’aveva detta pure Cavour ‘sta cosa). Gli otto milioni di baionette sono addirittura scenografiche e pure un tantinello superflue. Due schioppettate dalle alpi addosso ai francesi e voilà, "abbiamo" conquistato la Francia. Mussolini un po’ fa il grande condottiero ed un po’ il gran figlio di, il furbone. L’espressione "figlio di…" credo abbia connotati positivi solo nella nostra lingua e si può sussurrare anche durante il ventennio che Mussolini è un gran figlio di. Gli hanno ampiamente relazionato, al Condottiero, che l’esercito non è assolutamente pronto, per dirla tutta fa quasi schifo, nell’agosto del ’39 il Duce aveva chiesto alla Germania materiale bellico equivalente a 17.000 treni merce. Vabbè, è solo una finzione, è teatro. Arte. La pluricentenaria e sempre nuovissima tradizione del teatro italiano arriva in soccorso. Si sta svolgendo un qualcosa, lì sulla scena, qualcosa in cui non si capisce cosa è tragedia e cosa è commedia, le contraddizioni convivono e si assommano senza confondersi, la lettura diventa a più piani, complessa, il dramma (nel suo etimologico significato di "azione" scenica) viene scompattato, perde l’obbligatorietà di senso ed interpretazione, la stessa "finzione" sembra essere accolta nell’economia dello spettacolo e, di rimando, la realtà diventa occasione di finzione scenica. Come dicevano i comici dell’arte agli attori classici francesi: "Se durante un vostro spettacolo cadesse un lampadario in sala voi avreste finito di recitare. Noi cominceremmo proprio da lì". Ed avevano fatto scuola. La modernità inizia anche da lì, dalla constatazione delle contraddizioni (azzardo, mi butto), della faccia doppia, tanto cara alle culture popolari spiaccicate dallo ordinato catalogare chiesastico. Nel caso nostro: realtà/finzione, comico/tragico, eroe/destino avverso, razionalità/istinto, da categorie immanenti e scritte in pagine diverse, diventano punti di vista, ossimori accavallati. L’arte anticipa il dualismo onda/particella della fisica quantistica (boom… ammazzate questa…). La contraddizione migra dalle diverse maschere, dai diversi personaggi dritto fin dentro l’opera, dritto fin dentro al personaggio, il Clown bianco e l’Augusto del circo ("vieni avanti cretino"), seppur sgomitando, trovano spazio equanime all’interno del cuore del personaggio. Shakespeare ha il suo eroe-antieroe Amleto, nonno di tutti gli esseri-non esseri a seguire, giù giù fino a Gregorio Samsa e oltre. E, per tornare a noi, De Niro sarà pure un grande attore, ma vuoi mettere con le grandi maschere tragicomiche di Manfredi, Tognazzi, Gasmann, Mastroianni, Toto’, Sordi, Troisi, I De Filippo, Magnani, Vitti, Pica, Chiari e mi perdonino tutti gli altri? Vuoi mettere con "Ladri di biciclette"?
La ragazza carina e sputacchiante ha quasi la leggiadra sfrontatezza di Colombina, il cadavere scomposto sembra quasi un manichino, un Pinocchio da completare e che rimarrà incompleto perché ad una ragazzina capricciosa non piace questo giocattolo che ha trovato il suo destino ultimo in una pompa di benzina, ha trovato lì la Giustizia, di solito tanto incupita e corrugata, che è solo una ragazza che sputacchia, sculetta pure e guarda in macchina, conscia che anche lì, poi, non è che si stia decidendo granchè, è solo una piccola finzione, è teatro, è una tragedia scritta come se fosse una commedia o una commedia scritta come se fosse una tragedia, ammiccando allo spettatore dicendogli che forse non ci ha capito un bel niente, dovrà pensarci su. Arte.
L’Italia è piena di attori. Molta parte della storia italiana ha questa marcia in più. Insomma: mestatori, crudeltà, poteri occulti, interessucoli ed interessoni di categorie, classi, corporazioni, corruzione realtiva ci stanno dappertutto, mica solo qui. Ma a leggere qui e lì come posso fare io, spesso mi torna in testa Eduardo De Filippo che ne "L’arte della commedia" dice più o meno (volevo fare la citazione esatta, ma non trovo il volume nella mia biblioteca… dove è finito?): "Quando devo recitare con un paio di baffi me li azzecco sempre un po’ storti, così lo spettatore deve capire che sto recitando, ma deve anche convincersi che faccio sul serio". A leggere qui e lì ti ritrovi sempre con un baffo storto appiccicato così, d’intenzione, che invita a guardare dietro, magari anche solo per trovarci un po’ di sciattoneria o di stupidità pura, ma, comunque, non esattamente quello che è stato visto e detto durante lo spettacolo. La povera signorina Montesi, secondo la prima indagine dei carabinieri, era morta facendosi un pediluvio in un mare un po’ troppo mosso. La Montesi fu trovata cadavere su una spiaggia, il cadavere di una ragazza bella, ma, in fin dei conti anonima, riservata, un po’ misteriosa. La cosa minacciava di essere grossa, grossa assai, con tanto di figli di potenti, sesso, droga. Si vociferava sui giornali di festini in belle ville, di incontri notturni, di giri particolari. Qualche vignetta alludeva chiaramente a specifici personaggi. Forse nell’Arma ci fu chi volle essere più realista del re, coprire preventivamente, levarsi ‘sta rogna: la signorina Montesi, passeggiando, era presa da irrefrenabile desiderio di un pediluvio ed immergeva incautamente i piedi in un mare troppo mosso, tale che un’improvvisa ondata… Ancora oggi la signorina Montesi è morta di non si sa di che. Pare che i potenti indicati non ci azzeccavano niente, ma nemmeno il pediluvio. Capisco la fretta, ma proprio niente di meglio del pediluvio…? Ma è una tragedia o una commedia? E’ vero o è finzione? E’ il baffo storto.
Durante il rapimento Moro viene fatta una seduta spiritica in una casa in campagna a cui partecipano illustri docenti bolognesi, fra cui Romano Prodi. Viene "evocato" lo spirito di Moro (anche se era ancora vivo) e Moro "comunica" poche parole e numeri, fra cui il nome "Gradoli". Viene informata la famiglia Moro. La signora Eleonora Moro al processo riferirà poi che lei aveva passato l’informazione a chi di dovere ed esplicitamente chiesto ad uno dei capintesta se a Roma ci fosse una via Gradoli, ma le fu risposto che era stato controllato sulle pagine gialle e che no, non c’era una via Gradoli a Roma. Però perquisirono il paesino di Gradoli, con cani, militi in assetto di combattimento, armamentari vari che spaventarono a morte vecchini e galline. Magari una telefonatina ai vigili urbani di Roma invece delle pagine gialle…? Via Gradoli è ancora lì. Dietro una finestra puoi intravedere un bel paio di baffoni, storti.
La banda della Magliana aveva il suo deposito di armi in uno scantinato del Ministero della Sanità; l’ "armadio della vergogna" con dentro succulenti documenti e prove delle stragi nazi-fasciste, è messo con l’apertura rivolta verso il muro, così, per non farsi notare; dopo circa un quarantennio si riapre l’inchiesta sulla morte di Mattei e, ma guarda, si trovano tracce di esplosivo nei rottami dell’aereo; dopo quasi un sessantennio si riapre l’inchiesta su Portella delle Ginestre e si trovano tracce di proiettili in dotazione (pare con l’esclusiva) all’esercito americano; tentativi di golpe fidando sulla Guardia Forestale; anarchici che si autoaccusano di stragi approfittando di una finestra lasciata aperta per il caldo (fa un freddo boja ed è inverno); il politico napoletano riciclato nel 2006, beccato a suo tempo proprio nel momento della ricezione della valigetta rimpinzata di bigliettoni, parla (nel 2006 e senza ombra di ironia) di "sinergie" fra politica ed imprenditoria locale; tutto un po’ misterioso e tutto un po’ sgangherato. Dietro i baffi finti ed azzeccati storti intravedi un sorrisetto satollo e spelucchiato. Ed al popolo piacciono queste cose; al popolo piacciono le parole difficili ed imita, cose e parole. Il popolo ama il teatro. Ci crede e non ci crede, nel teatro, come è giusto che sia. Qui mi scivolano righe non mie: "Lo Stato si considerava quasi universalmente un estraneo importuno che ognuno aveva il diritto e poco meno che il dovere di defraudare. Il rubare era riprovato dai più, ma nella sfera privata, furtiva…; invece l’arrangiarsi nei confronti di qualunque ente pubblico, o anche di enti impersonali, era molto diffuso". Poi continua, Meneghello, con l’incanto stupefacente della sua scrittura, ma l’ osso è questo. Mentre Basfield marchiava a fuoco l’intero Sud Italia con il suo "familismo amorale", il baluardo pseudo-ideologico innalzato delle plebi meridionali contro ogni forma di decoroso vivere civile, Meneghello ricordava in "Libera nos a Malo" (uno dei più bei libri da me letti, ma non per i motivi che qui sviluppo) il suo paese natio, Malo, appunto, provincia di Vicenza, con il suo uguale carico di teatralità. Indimenticabile una predica di Don Culatta:
-- "Parrocchiani" disse con la voce a scatti, paonazzo per lo sforzo, "Sant’Antonio – E’ un gran santo". Lunga pausa congestionata. "San Pietro – E’ un gran santo anche lui." Pausa. "Ma San Giuseppe…" E invece di aggiungere parole fece un doppio fischio, e tornò sull’altare.--
Gli italiani erano stati fatti, evidentemente. O almeno gli italiani che avevano avuto la ventura di risiedere a Malo o in Basilicata o in un qualche ufficio di amministratore unico di una qualche banca. I Don Culatta sono stati, certo, ingrigiti o impomatati, dalla cultura, dalla televisione, ma il rapporto fra individuo e collettività, con la sua carica drammatica, apparentemente dicotomica, continua però ad essere artisticamente fertile. E noi che viviamo intrecciati nel punto di giunzione fra individuo e collettività, siamo spettatori partecipi del turbinare di specularità, del saltellare di ruoli e regole, di cui, francamente, ho quasi sempre saputo cogliere il solo lato artistico, aiutato anche dalla mia lentezza nel capire le regole e gli esercizi di intelligenza, cosa che mi ha sempre osteggiato ed ora si aggrava senza posa. Ma forse, a pensarci bene, fui aiutato anche da veri e propri maestri incoscienti del proprio ruolo, insomma, i migliori maestri che si possano desiderare, quelli che con l’esempio, la mimesi, la felice sintonia a volte del proprio cognome o nome, ma mai con l’espressione diretta di un insegnamento, stimolavano la domanda più che offrire la risposta, indicavano con prontezza la strada da non percorrere, affogavano le domande in oceani di saggezza racchiusi in una alzata si sopraciglio. Nel mio pantheon privato, solo un qualche gradino sotto Stephen J. Gould, fra quelli che considero i miei Maestri, c’è il dottor C. In poco più di un metro e mezzo di statura il dottor C. riusciva a sintetizzare le rotondità accattivanti di un Cupido e le rugosità di un piccolo predatore, con culetto, panciottina, braccine nodose, che venivano trasportate da gambette corte e rapide come un uppercut, anche se il movimento era inaugurato ed infuocato dalla testolina incassata fra le spalle, come un ariete giocattolo, sempre protesa in avanti ed a cui i pochi capelli lisciati all’indietro esaltavano la piccolezza e la rotondità. Ma gli occhi, oh gli occhi, lo so sono banale, ma gli occhi erano la sua auto-coscienza, la torre di controllo sommersa da rughe che, incrociandosi senza timore di minare la solidità del tutto, particellavano il volto in minuscole unità indipendenti, ognuna sotto il controllo, ne sono certo, di una specifica area deputata nel cerebro, con gli occhi, oh gli occhi indimenticabili del dott. C., che carrellavano veloci sul mondo, assecondandone le curve improvvise e gli spigoli, sgorgando sguardi che soli riuscivano a dirigere mille e più sinfonie di quell’orchestra di solchi, guardando e guardandosi per valutare l’effetto, sparendo a volte come ingoiati dal Maelstrom cangiante ed irregolare della filigrana di quelle che, sotto gli occhi, non erano più rughe, ma sottolineature, e poi riemergevano, oh gli occhi riemergevano, quasi invariabilmente soddisfatti di come avevano visto se stessi e se stesso, di come procedeva la rappresentazione della rabbia, dell’allegria, della concentrazione, della confidenzialità, della stanchezza, della delusione, fissandosi poi su chi gli era di fronte con rinnovata certezza di star svolgendo bene il lavoro e la voce risgorgava (sempre sapientemente poggiata sul diaframma) miagolante, feroce, poi improvvisamente soffocata dal riso, affatturante, sempre. Le parole spesso erano pochissime; per il resto un vero gramlot di allusioni tonali. Mettiamo: tu andavi per parlare di qualcosa che non ti andava giù. Bene. La sua risposta iniziava con un "…aghhhhhhh…", ma soffiato in un rantolo di delusione, poi ti afferrava il braccio con ambedue le mani a tenaglia e, digrignando i denti, aggrottandosi con il corpo intero (ma senza mai, dico mai, perdere il senso della misura teatrale), gorgheggiava un qualcosa di simile ad un fermo "…maaaaaaaarrrrp…" per fare appello al raziocinio (tuo); ora era il momento della ricerca della complicità: ti guardava con occhietti acquerugiolosi, dal basso in alto, ma, guardandoti negli occhi, si alzava un attimo in punta di piedi, per sbirciare un attimo alle TUE spalle (notare la finezza: le SUE spalle, era implicito, se le era guardate implicitamente e misteriosamente) e si avvicinava in direzione del tuo orecchio, sempre tenendoti, ora con inaspettata delicatezza, il braccio saldo fra le mani, e mugolava "…gneeeeeeeee!…poi viene quello che dice ma iiiiiiiiiooooooooooo…capito..? sakh…perché si sa che lo stipendioooooo… e viene il di-re-tto-re (ritmando strette al braccio) che.. ma quello che vuuuuuuuuuuuole e poi… mnmnmnmnmnmn…torna dove è andaaaaaaaaaaaaaaaaaaato senza che siiiiiiiii…come si dice?.mi stai rimbecillendo…" e concludeva con un riso per soffocare il quale doveva contrarsi tanto da alzare persino un po’ la gambetta e ti smanava affettuosamente, spingendoti lontano. Poi, scientemente imitando un sergente istruttore alla Full Metal Jacket: "Peruzzini! Vada a lavorare e (sussurrando con le labbra vezzosamente appuntite a bacetto)… soprattutto non mi scassi". Abbraccio finale. Offerta insistente di caffè. Informazioni ed anamnesi medica di figli e consanguinei vari. E credo di non essere riuscito a seguire passo passo tutti gli scarti tonali, i significati riposti, la mimica corporea. Lo vidi domare senza profferire quasi parola un nerboruto operaio tessile in cassa integrazione che giganteggiava (a pericolosamente breve distanza dal dottor C.) come le nefandezze di cui ci accusava. Inevitabilmente divenni un suo ammiratore: lo provocavo. Ricordo uno dei pezzi migliori, a mio modesto parere una gemma che rimpallo spesso ai miei esausti ascoltatori. Dunque: entro nel suo ufficio e gli mostro una rogna in forma di pratica. Lui la prende con la punta di pollice ed indice, la guarda, reclina la testa all’indietro con gli occhiali sulla punta del naso, mi chiede di relazionare più circostanziatamente. Io attacco la solfa. Lui si rilassa sullo schienale, la rogna ora poggiata davanti a lui, sulla scrivania. Ascolta, ammutolito. Sembra impressionato da cotanta cura, annuisce, dilata le narici per il disappunto e poi per l’interesse, le sopracciglia parlano, le labbra stirate dibattono fra loro. Si lascia trasportare per mano, da me. Mi guarda, ne sono sicuro, mi guarda, sono io a fuoco. Poi, d’improvviso, il colpo di coda del genio, oltre la tecnica trasmissibile, come i maestri di arti marziali che oramai ignorano l’uso del pugno o del calcio per quanto perfetti. Senza mutare di un millimetro l’espressione di rapita partecipazione, né la focalità dello sguardo, nè il punto di attenzione (io…), lentamente oscilla, poi si piega (lentissimamente) su di un lato, la sua mano con naturalezza va verso il taschino, ne estrae un pettinino ed il dottor C. inizia a riavviarsi gli sparuti capelli, specchiandosi (solo ora capisco: come ha fatto fin dall’inizio) nella vetrinetta con le circolari posta alle mie spalle. Mi alzai. Mi congratulai esterrefatto. Tornai nella mia stanzetta in preda quasi ad una sorta di sindrome di Stendhal (la vertigine potente di fronte alle bellezze dell’arte). Orson Wells, non siamo dei parvenu del teatro, qui c’è qualcosa di più, moltissimo di più del bruto istinto da istrioni per fame.
Un turbinare di trovate, di personaggi cerebralmente studiati in dettaglio, con affetto e distacco narrativo insieme, alcuni refrain d’appoggio per detergersi il sudore, riprendere fiato, guadagnare preziose frazioni di secondo, non mollare il ritmo (lo scatto d’ira accompagnato da un inaspettatamente potente ruggito, lo scuotere della testa e singhiozzi tellurici a commiserare se stesso, irrigidimenti repentini e totali delle membra quasi in trance da peyotl, accenni di danze tourettiche, pause come voragini, etc.), esplorando tutto lo spettro dell’esprimibile, confondendo ed armonizzando tutte le lunghezze d’onda fino al limite inferiore dell’algido biancore, ma rimanendo solido e compatto prisma che invitava, a sipario calato, a rimuginare sulla inespressa o inesprimibile coerenza, nascosta, forse, in un più minuto e non geometrico prisma ascoso fin nel più ascoso introne del suo DNA.
Mi rendo conto: questo panegirico potrebbe sortire l’errata impressione dell’ironia "per eccesso", come quando a Freud fu chiesto dai nazisti che lo espellevano di sottoscrivere una dichiarazione in cui assicurava di non aver subito violenze o persecuzioni e lui volle aggiungere di suo pugno: "posso vivamente raccomandare la Ghestapo a chiunque". Non è questo: sono tuttora profondamente convinto che il dottor C. sia una occasione mancata, forse non l’unica, per il rinverdimento del teatro e del cinema italiani. I mille ed uno frequentatori di corsi di recitazione che si tengono in giro avrebbero dovuto usufruire almeno di filmati se non di stage al suo fianco nel suo quotidiano esibirsi. Il solo vederlo arrivare di primo mattino con il cappottino grigio, la giacchettina marrone, il baschetto, ed il volto irradiato da costellazioni di rimbrotto, sofferenza e sberleffo, ticchettare meccanicamente per un corridoio reso ancor più lungo dalla figura minimalizzata, ma con l’irrimediabilità di una palla su un piano inclinato, avrebbe fatto nascere di sicuro un Beckett italiano od un nuovo Monicelli dei tempi migliori, per tacere del fondamentale insegnamento che ogni attore (e non solo) avrebbe istantaneamente assimilato: fai dei tuoi difetti la tua risorsa. Io assaporai ancora di più: una parete di plastica, sottile e mal connessa, ci separava ed io lo sentivo sbatacchiare cornette telefoniche, sghignazzare elencando numeri, tirare di scherma con e contro indici e statistiche, gorgogliare nomi di procedure, un frombolare di ingredienti filanti ed incandescenti, come un dio Vulcano part-time in una pizzeria; lo sentivo sguazzare (lo vedo, fare ciak-ciak circondato da paparelle di plastica…) come se ci fosse nato nella cultura "manageriale" che, all’epoca, era stata svezzata e già procedeva sicura fin nella periferia dell’impero. Rintanato nell’ufficetto cassa integrazione, io imparavo. Penso che sia stata la mia fama di poco di buono ad aver suggerito la mia assegnazione all’ ufficio Cassa Integrazione ("…un lavorino tranquillo, c’è da dare le pratiche alla Commissione Provinciale…", così fui invogliato dall’allora direttore dottor S., quello che si era commosso all’apertura della sede di Prato). Ero solo ai margini della "statistica" di produzione, "statisticamente" non contavo granchè, per cui, effettivamente, solo la reciproca stima ed intesa artistica poteva determinare il quotidiano incontro che avevo con il dottor C. Né me ne dolevo: della "statistica" non ci ho mai capito assolutamente niente. Vivevo con beata incoscienza, cieco di fronte al dinamismo del reale. Tutto intorno a me esplodevano, con il dinamismo della dinamite, "statistici" raffinati. Chiunque tirava fuori la "Legge dei Grandi Numeri", che, mi sembrò di capire, era un po’ la vulgata di un messaggio più esoterico. La statistica per me era poco più di quella di Trilussa la scienza che "da li conti che se fanno / seconno le statistiche d'adesso / risurta che te tocca un pollo all'anno: / e, se nun entra nelle spese tue, t'entra ne la statistica lo stesso / perch'è c'è un antro che ne magna due" o quella che usa Cicikov nelle "Anime morte" per lucrare su morti statisticamente vivi e la legge dei grandi numeri postulava che uno scimpanzé costretto a ticchettare su una tastiera avrebbe, prima o poi (magari più poi che prima), finito con lo scrivere un sonetto o, detta in soldoni, i valori casualmente ottenuti relativamente ad un evento tendono, all’avvicinarsi del numero dei risultati ad infinito, ad assumere una distribuzione che, rappresentata graficamente, si avvicinerà alla curva detta Normale o di Gauss o "a campana", ove saranno evidenti pochi valori estremi e molti valori assiepati intorno ad un valore centrale; la qual cosa si regge, quindi, sulla "casualità" dei valori e se uno continua a dire "vabbè, tanto ci sono i Grandi Numeri e quindi qualcosa azzeccherò in ogni caso…" la casualità ne verrebbe seriamente compromessa. A me pareva che molti la Legge dei Grandi Numeri la pigliassero come Legge del Grande Numero, entità misteriosa e salvifica, ricordandomi la vecchia storiella del tizio che, terrorizzato dalla probabilità (secondo lui alta) di trovarsi a viaggiare su un aereo con una bomba nel bagagliaio, fu arrestato perché cercava di portarsi una bomba in aereo, metodo certissimo per salvarsi dalla prima, di bomba: la probabilità di salire su un aereo con DUE bombe fra i bagagli per lui era decisamente più tranquillizzante. Quando provavo a chiedere chiarimenti tutti scuotevano il capo, con commiserazione, mi dicevano delle cose americane, c’era l’ "immagine" (meglio: "il problema dell’immagine"), mi parlavano di corsi motivazionali, un dirigente mi parlò di un corso che era consistito in: isola della laguna di Venezia, maestro che dice una frase ai corsisti e poi "bene… ci vediamo stasera", ‘na cosa Zen, insomma, dal costo, suppongo, proporzionale al gusto esotico. Un rappresentante sindacale (prono e sofferto), corrugando amaramente le labbra mi disse che sono dati non chiacchiere (dati?), più un paio di cose americane che non ricordo, ma che mi schiaffeggiarono con la scioltezza di uno slang oramai acquisito. Il dottor C. mi guardava negli occhi mostrandomi i denti e si limitava a mandarmi a quel paese con il palmo ben aperto e la manina a dita serrate, senza mai (vada a suo onore) contaminare il suo gramlot con influssi anglo-sassoni. Tutti erano felici di sfoggiare termini inediti, trovarne assonanze con meno nobili parole, in un pellegrinaggio ecumenico verso le magnifiche sorti e progressive. Poco più in la’ li avrei visti tutti a ciancicare titoli azionari. Insomma: potevo rintanarmi nell’ufficetto Cassa Integrazione, a dare le "pratiche alla commissione provinciale". Io mi dovevo limitare ad "istruirle" ‘ste pratiche, cioè…cioè…cioè boh. Avevo avuto vaghe (se non vaghissime) indicazioni e la vaghezza stimolò la fantasia. Iniziai a ficcare il naso un po’ dappertutto, molti archivi di lavoro cominciarono a sembrarmi non sequenze sdegnosamente mute di cifre e codici, bensì frammenti riflettenti di un solo caleidoscopio, debiti, abili slalom nel consentito e nel non esplicitamente vietato, rammendi frettolosi, fino ad individuare almeno i più arditi che ormai non si preoccupavano neanche di cancellare tracce, e giunsi al non osabile: richieste di documentazione, accertamenti diretti di cui ricordo meglio uno degli ultimi. Una ditta che aveva chiesto il "trattamento" di cig (come si dice in gergo, vagamente minaccioso). Andai lì, ma solo per rattristarmi con una melanconicissima scena: c’era solo il titolare che si lavava la macchina (con panno di daino e secchio spumoso) in un tristissimo cortile. Non un operaio. Non un utensile. Chiesi al titolare se potevo dare una occhiata a certi documenti e lui, gentilissimo: "Certo faccia pure, ma presto…: mi hanno staccato la luce". Nella "relazione di accertamento diretto presso la ditta Y" il melodrammatico mi prese la mano: parlai di un "tramonto inesorabile", della "solitudine insondabile degli uomini, soli nel cortiletto della propria vita, a sperare di risciacquarsi dal passato". Ero alle prime armi.
Il poco o molto che riuscivo a capire e carpire, lo riportavo, in bella calligrafia, sulla cartellina per la Commissione Provinciale, all’inizio con un vago senso di colpa, sentimento, si sa, devastante come un formicaio in una trave, però presto rigagnolato fuori grazie al laconismo delle decisioni, motivate solo di rado da concise ed un po’ stupefatte note al margine dei miei deliri. Insomma: non si faceva male nessuno, ma per me fu l’afelio della mia modesta orbita lavorativa. L’intreccio di botte e risposte fu un crescendo esaltante, i ruoli sbalzati sulla scena con una forza espressiva tale da piombare nel surreale, poi nell’ ultrareale e poi acquietarsi nell’ iper-reale. Non mi avrebbe sorpreso persino ricevere in una anonima giornata di primavera una telefonata del dottor N., che si sarebbe potuta srotolare esattamente così:
Scena: una disordinatissima ed angusta stanza. P. è solo, impegnato a cercare qualcosa che non trova. Trova invece un telefono che, quasi lo volesse spaventare, squilla immediatamente. La voce al telefono è vellutata, con una leggera inflessione toscana, procede sicura e i tentennamenti sono imputabili all’accurata analisi di documenti cartacei di cui sentiamo il fruscio attraverso la cornetta.
P. è in piedi, pronto ad inserire il disco contenente le risposte standard per consulenti pedanti e dipendenti inferociti. Si è appena scottato un dito con un fiammifero. Ha un fascio di tabulati che minaccia di franare.
N. – Ah Peruzzini… volevo proprio lei… Ho visto che lei mi richiede di controfirmarle questa proposta di reiezione, per questa ditta… come si chiama…? Ah la XXXXX… Si… Già… perché lei dice che, subito dopo un periodo di Cassa Integrazione, che lei dice lungo… secondo lei la metà dei dipendenti risulterebbe malato…
P. – …Dotto’, guardate che tengo le fotocopie dei libri presenze…
N. - ..si… si… Ma io io volevo dire… Un’altra cosa… cioè… Ma lei ha verificato che il periodo considerato non fosse tipico per le malattie da raffreddamento…?
P. – (in un "a parte": mi prende per il c…?! Forse vuole scherzare… Come gli rispondo? Non mi era mai sembrato così "pazzariello" ‘o dottore…) Dotto’, scusate tanto… ma se domani mattina metà di noi non viene a lavorare per malattia, lei che dice… che è ‘o periodo tipico delle malattie da raffreddamento o cerca, che saccio, magari un riscontrarello….?
N. – va bene, va bene… non mi ha capito…Ah… Poi un’altra cosa: ha verificato se i dipendenti malati non sono tutte donne?
P. – (si siede accanto al telefono, sulla scrivania ingombra, i tabulati cadono a terra, ma lui li ignora, A fatica lingua e palato cercano di dar forma di parole ad un ondata di aria che gli solletica la gola).
N. – (pacato) Peruzzini, allora…?
P. – (senza ironia) Dotto’… Voi sapete che mi interesso un po’ di cani… Effettivamente mi risulta che le cagne conviventi tendono ad avere cicli estrali sincronici… Non mi risulta che lo stesso fenomeno sia mai stato rilevato a riguardo di operaie tessili, conviventi, per altro, per una frazione limitata di tempo…
N. – Ah…
P. – Eh… Voi tenete una cagna, dotto’…?
N. – Eh…? Si si… una cagna…
P. – (cerca una sigaretta, la trova, rotta. Strizza gli occhi.) Dotto’, scusate, fatemi capire pure a me…peffavore…
N. – Peruzzini non cominciamo con le polemiche… Vabbè poi le faccio sapere… Buona giornata… Ora ho fretta, mi scusi… (chiude la comunicazione dopo aver, educatamente, recepito un"arrivederci" di P.)
P. abbassa la cornetta, inizia a raccattare i tabulati sparsi in terra, senza troppo apparenti incertezze.
Sipario.
Chissa’ che fine avrebbe fatto la XXXXX con il suo dolente carico. La sua storia sarebbe rimasta compressa ed immiserita in un fascicolo oramai un po’ scolorito. Archiviata. Tanto rumore per nulla. Ma forse è questa la funzione dell’arte: rappresentare, su un terreno simbolico, il conflitto e poi annullarlo, redimerlo in un qualche modo. Uno va a teatro o a veder quadri, vede le proprie sofferenze, puo’ vederne addirittura rappresentate più o meno chiaramente le cause, ne ride, ne piange, c’è la catarsi, la fine e risoluzione simbolica, l’archiviazione, l’oblio. Da quel poco che ne so generazioni di artisti si sono dilaniati sul tema arte/vita reale, sul come travasare l’una nell’altra (a scelta), incarnando l’una o l’altra nella propria biografia, fino ad esiti drammatici, fughe, perdizioni, follia o, più semplicemente, un "nuovo tipo di arte", con i suoi "nuovi" riti, "nuove" trasgressioni, "nuovi" linguaggi, rubricati all’ultima pagina destinata a diventare la precedente di un’altra ed essere da questa, ordinatamente, coperta. Solo un nuovo modo di archiviare, incasellando e rubricando con qualche svolazzo in più. Quando uno va a teatro già si sente intelligente per il solo fatto di "andare a teatro" e già quasi la catarsi è fatta, una soluzione approssimativa e provvisoria a brandelli di identità. L’arte come luogo dove la maschera cela per svelare e svela per celare. Per questo gli italiani amano (contro ogni apparenza) la burocrazia: la burocrazia concilia gli opposti e li risolve su un proprio terreno specifico e poi se li butta dietro le spalle: domani, a grande richiesta, continua la turnè con la rappresentazione delle ore… La burocrazia rappresenta i sudditi come anche partecipi, inesorabilmente soffocati ma c’è la scappatoia, sfortunati ma un codicillo, ignoto ai più, ti cambia la vita. La burocrazia italiana fa il doppio salto mortale meta-teatrale tipico della commedia dell’arte ("meta" era un suffisso di moda qualche tempo fa): si denuncia come rappresentazione. Commissioni dove sindacalisti irranciditi leggono il giornale e rappresentanti di questo e quello non vedono l’ora di andare via ed alla fine si approva di tutto, sotto-commissioni misteriose, "bisogna mettersi tutti attorno ad un tavolo e…." gridato come minaccia a cui nessuno crede, parole incomprensibili in italiano o inglese, leggine che svuotano leggione, "doverosi controlli" per non deviare poi di un solo millimetro, archivi enormi e dimenticati, ordini perentori assolutamente inattuabili, io l’avevo DETTO… Se poi VOI non siete riusciti…, urla agli sportelli per difendere diritti che, di sicuro, da qualche parte me li avete nascosti, basta guardar bene, si certo signore, gliene abbiamo trovato una metà, è di ieri ma è ancora buona se per lei va bene, consuma subito o glielo incarto, lasci, lasci che ho fretta, giacche e cravatte, braccia spalancate ad assolvere tutti, chè tanto si sa, ma poi qualcuno per sotto ci doveva anda’, se me lo mette per scritto io faccio tutto quel che mi dice di fare, chiudiamo un occhio, bisogna avere fantasia per non impastoiarci in noi stessi, ma che vuoi che te lo dico chiaro e tondo? ma non mi puoi rispondere di si, bisogna verificare ‘ste ditte, ma senza esagerare chè sennò chiudono, ma se, a far data da mezzanotte ed un minuto del 31/02/74 non ha fatto la specifica richiesta di, stiamo attenti a non, come dire, buttarci nell’occhio del ciclone, suggerimenti e sussurri, incarichi improvvisi, lo fanno tutti facciamolo anche noi, una volta tropicale dove cinguettano norme e circolari, date e codici, un sottobosco dove gracidano e sibilano eccezioni eccezionali, compiti inutili e di una lentezza inestricabile da tener lì perché, sa, senno’ poi vengono e ci dicono, ma voi… anche se anche loro poi lo sanno… anzi lo sappiamo tutti, ma non lo diciamo troppo, l’incanto potrebbe rompersi da un momento all’altro, il quadro staccarsi dal chiodo e poi che si fa? Enrico Mattei, eroe e martire dell’imprenditoria italiana, si vantava di aver contravvenuto a 8000 leggi e norme varie. Massimo Carlotto, fugge dall’Italia inseguito da una condanna per omicidio perché innocente, è latitante per anni, il Messico gli lascerà un piacevole ricordo (rinnovato ad ogni sua successiva minzione) in forma di cicatrici di elettrodi applicatigli da solerti poliziotti messicani che non distinguevano granchè tra brigate rosse ed uno "di sinistra"; distrutto torna in Italia deciso a consegnarsi ed a lottare per la revisione del processo, porge i polsi ai doganieri, ma "fu un durissimo colpo scoprire che a mio carico non risultava nessun mandato di cattura, tantomeno internazionale. Avevo vissuto per anni come un animale braccato e nessuno mi aveva mai cercato, nemmeno a casa mia. Una vera ingiustizia". Il mandato di cattura fu cercato dietro sua insistenza e ritrovato dopo tredici giorni. Era stato archiviato. Uno spettacolino oramai un po’ sorpassato e Carlotto, fesso, ci aveva creduto.
Il dottor C. assurse ad incarichi sempre più elevati, fino a scomparire alla vista. L’ultima volta che lo vidi, diciamo, nell’esercizio delle sue funzioni, fu durante una video-conferenza su nonsoche. Le sedi regionali erano collegate e potevano intervenire. Quando fu data la parola a non so chi della Regione Toscana, la video-camera carrellò a mo’ di panoramica: solo il dottor C. si fece sorprendere per pochi, preziosi, secondi mentre dava vigorosamente di gomito ad uno seduto accanto a lui, gli sussurrava qualcosa all’orecchio e poi crollava con il volto fra le braccia conserte sullo scranno, con le lacrime agli occhi per il riso. Uno scolaretto.
Il dottor C. ogni tanto lo vedo ancora, è in pensione e mi viene a salutare quando capita in ufficio. Abbozza un ghignetto, si mette sull’attenti quando pronuncia il mio nome o cognome, si cerca a tentoni: tranciati i fili un grande attore si deve rassegnare, la scena amplifica chi sa ben servirla e forse è meglio non pretendere di farsi vedere ed ascoltare anche senza di essa; comprimari, spalle, deuteragonisti, in pensione o lo ignorano. Io lo abbraccio sempre. Mi capita di ripetergli attonito: "Dotto’… dotto’…" e non riesco a dirgli granchè. L’ho trattato da oggetto privilegiato di analisi e studiato al microscopio. L’ho osservato appostato da lontano per contestualizzarlo e tracciarne i vincoli ecologici. Gli ho voluto una forma di bene. Forse prima o poi dovrei dirgli "grazie": non è da tutti consentirci di guardare la vita al microscopio o al telescopio. Guardarla dritta negli occhi può essere pericoloso. O deludente

Un grano di miglio part. VI

A 50 metri da qui, forse proprio in questo momento, l’istrice sgranocchia bietole turgide. Non mi dispiace quasi più. Meglio lui che i cinghiali o i daini, d’altronde. L’istrice fa così poca cacca. E poi le ripetitività della natura sono confortanti, naturali, appunto. Le ripetitività della Storia deprimono. Ecco, a spedire tabulati "eco" la ripetitività era rasserenante per me, ancora stordito dall’idea di avere un lavoro ed uno stipendio, una ripetitività da eterno incalzarsi delle stagioni, prefigurante quasi la futura rassegnazione; che poi era ripetitività dei gesti, delle sequenze (separa il tabulato, ripiega il tabulato, via nella bustona il tabulato, attacca l’etichetta ed indirizzo, trac-pum-zec-zec-trac-pum-zec-zec..), che lasciava il tempo per osservare e considerare, seppure non in modo ortodosso, ciò che accadeva dentro questi tabulati, ascoltare i mille echi che portavano dal di fuori della stanza dove eravamo asserragliati noi del gruppo-eco (tre più un coordinatore appositamente inviato in missione dalla sede regionale con la solita paterna rudezza e premura). I tabulati inps furono, almeno per me, effettivamente la sonda che mi restituiva, pian piano, una immagine, a più profondità di campo e con una certa nitidezza, di una città ancora sfocata ed appesantita dalla grana grossa dei luoghi comuni, una immagine che si addensava in un profilo tutto suo, un volto ruvido come di tela grezza e, sotto infinite pieghe, un abbozzo di sorriso. I tabulati erano elenchi di nomi, cognomi, luoghi e date di nascita divisi, l’abbiamo già detto, per anno (dal 74 all’ 80, per amor di precisione) ed azienda. Mentre eravamo lì a masticare e digerire in senso inverso tabulati, ci buttavo più di un occhio e loro mi parlavano ed io ascoltavo. Lì dentro c’era la vecchia guardia, i nativi, gli indigeni e si imponevano all’occhio perchè a volte si chiamavano Spartaco, Vladimiro, Omega, Disarmo, Ulisse, Erasmo, Primitivo, Libertario, Libera, nati negli anni ’20 e ’30, quasi sempre nei posti e nelle famiglie dove si mangiava polenta strofinata sull’aringa affumicata, per darle sapore, alla pulenda, e la trasgressione costava parecchio e non era granchè di moda al tempo, anche se, vabbe’, Benito si chiamava così per via di un rivoluzionario socialisteggiante messicano, ma quelli niente, sfottevano pure, cose tipo Rossi Rosso: "gli è che noi s’è gente alla bona, signor capomanipolo, la si fa la firma e basta… e così al mi’ figliolo gli verrà facile falla viva il duce, diobonino...". Oddio, qualche fraintendimento poteva nascere e continua ancora oggi: "No, guardi, sig. Peruzzini….: la mi’ mamma si chiama così mica per motivi, diciamo, di politica… E’ che c’erano due squadre di calcio del paese, l’Alfa e l’Indomita, e quel giorno lì che la nacque lei c’era il derby… ed allora il mi’ nonno la chiamo’ Alfa Indomita….". D’altra parte un bel po’ di quelli dei nomi strani, circa 400, furono impiegati dopo lo sciopero del ’44 a scavare gallerie per le V2, quelle di Von Braun, quelle che facevano rodere il fegato a Goering con quei suoi catorci di V1 e d’altra parte sulla Luna ci ha portati Von Braun, mica Goering e credo che i diciassette che tornarono vivi dalle gallerie di Ebensee si siano sentiti parte dell’impresa, i mangiatori di pulenda, ‘sti montanari calati giu’ dall’alta val di Bisenzio (a far faticare maestrine con paginette di teRRa, zaPPa, toRRe, perchè questi mi continuavano a dimezzarmi le doppie, come i veneti) chè per loro era una passeggiatina venire a piedi a Prato a lavorare al mattino e tornarsene la sera a casa, abituati come erano ad arrivare a piedi in Maremma e in Corsica, addirittura in Calabria a fare i carbonai e tagliaboschi o nelle miniere e fabbriche in Francia dove non ci arrivavano a piedi, vabbe’ è chiaro, ci arrivavano con le barche, di notte, imbarcandosi a Livorno o lì vicino con tanto di documenti falsi, se e quando c’erano, anche se su quei documenti avrebbero fatto una gran figura i loro nomi grandiosi che tiravano fuori da Omero e Dante, perchè molti vecchi magari non sapevano leggere, ma a memoria ti rifilavano l’Iliade. Tutti i montanari presero a venire giù a Prato, dall’Emilia o dal Mugello o dal Casentino, dall’Amiata, tutti tirati su a castagnaccio, pane di castagne, polenta di castagne, castagne ballotte e bruciate, frittelle di castagne e ricotta (solo nelle feste), robaccia grassa ed ipercalorica che probabilmente scorre ancora nel sangue di Benigni che è nato in provincia di Arezzo, mica a Prato. Dalla zappa alla filanda, i montanari, ma fu come un segnale per gli altri. Già allora c’era altra gente a Prato: i veneti, i meridionali del nord, con i loro cognomi che precipitano senza vocale finale, alcuni arrivati qui in Toscana a zappare la Maremma bonificata, altri, a passaparola, formicolati un po’ dovunque a dare lavoro alle maestrine (e vai con paginette e paginette di zaPPa, roTTo, gaTTo...) dagli anni ’30 ai ’60. E quelli delle valli di Comacchio e i primi meridionali, tutti a costruire la Direttissima Firenze-Bologna inaugurata nel ’34, una grande opera che impegnò gli anni ’20 e ‘30, buchi sotto i monti, gallerie che costarono 4 morti a chilometro, lì direttamente in galleria, più quelli poi fatti fuori dalla silicosi, emiliani, meridionali, veneti e montanari, tutti a mettere mine e scappare e tossire polvere... ma dopo la guerra è il boom, fin dai ‘50: tutti a Prato. Ai soliti di prima si aggiunsero i meridionali e gli insulari, cognomi tronchi siciliani, nomi e cognomi farciti di u dei sardi, poi i calabresi, gli immancabili campani, i molisani, i pugliesi, quanti pugliesi, interi paesi pugliesi che alla fine si son guardati ed hanno detto: noi di Bovino siamo tutti a Prato... sai che si fa...? la festa del paese, la festa della Madonna del Bosco, si fa qui a Prato. Ed a questo punto tiriamo fuori il coniglio dal cilindro: Malaparte, il super-pratese, era nato si a Prato e messo a balia dal cenciaiolo Milziade Baldi, ma gl’era i’ figliolo d’un chimico tessile tedesco e la su’ mamma gl’era milanese. E lui, Curzio, si chiamava Kurtz Suckert. E’ Herr Suckert che sputa nella fredda gora del tramontano diobonino. Si cambiò il nome perchè, come disse qualcuno, non andava d’accordo neanche con se stesso. Un vero pratese, un vero toscano.
Prato, s’è detto, ingoiava gli stracci dell’Europa intera; riciclava, si direbbe ora, stracci. Il nostro vezzo ecologista del riciclaggio ha natali e coevi meno vezzosi: riparare una busta di plastica del supermarket con una candela, fondendo lembi di uno squarcio, è un lavoro in alcuni villaggi africani; in Asia il sandalo in puro pneumatico riciclato è di moda dai tempi dei vietminh; il rammendo del pedalino sfondato fu arte delle nostre mamme. Prato fece di più: non riparava, non riciclava in senso stretto, ma ricreava. Spalancava affamata le mascelle e dentro vi si riversavano balle di stracci, di vestiti usati, magari quelli che persino i mercatini di Livorno o Resina avevano risputato fuori un po’ schifati, arrivavano ai cernitori le balle, ai cernitori che ad occhio, sfiorandolo appena, valutavano tipo, condizioni, percentuali di lana, cotone, fibra sintetica, che per distorsione professionale ti si avvicinavano diffidenti e ti valutavano dal cencio che loro vedevano nel tuo maglione appena acquistato, toccandoti come a scuoter polvere con il dorso della mano per effettuare analisi più approfondita. Seduti a gambe larghe nello stanzone della cernita, davanti a mucchi di tessuti di ogni genere afferravano una bandiera americana, un cappotto dell’ARMIR, una camicettina ottocentesca di seta, una mutanda di lana del nonno, la giacca buona di chissà quale matrimonio (la fodera va in quest' altro mucchio però), qualcuno disse persino la camicia di Umberto I sforacchiata dai proiettili che il Bresci, gli era quello di Coiano, l’anarchico, il tessitore che gl’era andato alla ‘Merica e ci stava proprio bene a lavorare i teli americani, ma che gli era vorsuto tornare a sparare a i’ re, perchè gl’aveva dato un po’ di noia che i’ re gli aveva dato la medaglia d’oro al Bava-Beccaris, il coso lì, i’ generale, quello che gli aveva cannonato alla folla a Milano al corteo pe’ i’ pane e che poi il poero Bresci l’hanno suicidato in carcere e poi i’ comune gli ha dato il su’ nome ad una strada che poi ogni tanto scoppia i’ casino perchè gli era stato un po’ terroristico, il Bresci, ovvia, che Gaetano Bresci, dicevo, gli aveva schioppettato in petto a Monza, al re, beh anche quella camicia lì dice che finì in uno dei mucchi, cernita pure lei, come tutto il resto veniva cernito, ma cernito per benino, perchè si guardava nelle tasche e bene nelle cuciture un po’ strane perché da lì sortivan fori lettere d’amore, ciuffi di capelli lucidi racchiusi in nastrini di velluto, foto e poi gioielli e soldi, cents, ma qualcuno si era beccato mazzetti di dollari e marchi e sterline, altri, porini, inconvertibili monete asiatiche o africane, che finivano ai bambinetti che cernivano anche loro con la famiglia intera, come i bambinetti di ogni contadiname hanno sempre lavorato con tutta la famiglia, come, ora mi scappa, come i cinesi di adesso, ecco lo sapevo che mi scappava. Il mondo si arricchiva, consumava sempre di più e sempre più velocemente, l’arte della lana e dei cenci risorgeva a nuova vita dalle profondità del medioevo grufolando ai bordi della fossa comune dove l’usato, l’inutile, il vecchio, il dimenticato, lo straccio precipitavano con crescente indifferenza ed invece il pratese si cavava il cappello da testa al passaggio del camion che disseminava per tutte le strade i cenci appena arrivati e destinati a ridiventare filo, un filo lunghissimo, lungo decenni, sgomitolato nei tabulati eco che a fatica catalogavano le aspature, le filature, ritorciture, orditure, garzature, imbozzimature, annodature, rincorsature, cardature, rammendature, carbonizzi, tessiture, rifiniture, tintorie, follature, stirerie ed altri budelli ancora (di cui non ricordo nemmeno il nome, ma erano tutti lì, sui tabulati eco), intestini segmentati negli stanzoni o nel tinello dei pratesi padroni di se stessi, padroncini, ognuno con le sue brave macchine che i padroni più grossi avevano cominciato a regalare, addirittura, ai propri dipendenti-ex dipendenti fin dalla seconda metà dei ’50, quando avevano cominciato a "esternalizzare" la produzione, a renderla "flessibile" e quasi misteriosa, una nebulosa di conto-terzisti tessitori, cardatori, garzatori, rifinitori, (vedi sopra per l’elenco quasi completo) che si dimenava intorno al committente, al lanificio che distribuiva macchine e lavoro, faceva magazzino, commercializzava, a volte sfumando nell’ "impannatore", che anni ed anni dopo si sarebbe fregiato del titolo di "terziario avanzato" o "azienda di servizi", cioè una giacca di buona fattura, un pesante accento pratese, un telefono, una segretarina scosciata a guidare il filo di lana e mantenerlo entro un percorso coerente, per non perdere il bandolo della matassa nelle budella di Prato dove la sequenza degli enzimi conto-terzisti non doveva perder colpi, che già mi facevano sciopero quando c’erano le contrattazioni per le tariffe e mi perdono tempo già così, ‘sti conto-terzisti benedetti, imprenditori che fanno sciopero contro altri imprenditori, con i dipendenti di ambedue lì a guardarli, comprensivi, pazienti, perchè magari molti di loro sono stati padroncini oppure già mi stanno mettendo via i soldi per comprarsi il telaio da mettere in garage (c’entra c’entra Palmira, e tu vedrai.. si sposta i’ motorino di Yuri e...) e ad immaginarsi insieme a quelli, con l’adesivo del CNA sul muletto, a scioperare, a chiudere la contrattazione sulle tariffe alle 4 del mattino e poi giù, tutti in Piazza Mercatale a mangiare i bomboloni caldi caldi appena fatti, industriali ed artigiani tutti insieme, perchè, ovvia, si è tutti di Pra’o, si sa tutti ancora di castagne, si puzza un po’ tutti di broccioli di Bisenzio e c’è poco da sculettare alla fiorentina aspirando pianino le c con la bocca strinta a culo di gallina, noi qui ci si mangia tutto, t comprese, maremma in cariola, con la bocca bella aperta che tanto piace anche ai terroni che ormai parlano il calabro-apulo-siculo-pratese e son diventati pratesi anche loro, via che c’è spazio per tutti nella nostra democrazia su base censitaria a reddito democraticamente distribuito, dove un prestito della Cassa di Risparmio di Prato (la Hassa, la Hassa e basta si chiama noi a Pra’o) non si nega a nessuno ed è quasi un dovere cristiano visto che in consiglio di amministrazione ci siede anche il vescovo (lui, non un di lui rappresentante), anche lui a benedire i nostri prodotti e noi ed il nostro lavoro, ieri 10-12 ore al giorno a raccattar castagne ed oggi 10-12 ore in azienda dove si mangia, a volte si dorme ed a volte si ha la ganza, con Mercedes e Range Rover di enorme volumetria e cilindrata parcheggiate lì davanti e su cui ci si monta sopra in tuta da lavoro noi pratesi, come se si avesse indosso un capo di Armani, tessuto con i tessuti pratesi, perchè noi, ora, si fanno i tessuti per lui, per il made in Italy si fa noialtri, i tessuti fini, leggeri, impalpabibili e solidi, ma, mi raccomando, voi chiamatemi cenciaiolo, io non me ne prendo a male, io continuerò ad esserlo, continuerò a dare agli olivi ed all’orto i cascami di lana per concime, a continuare ad essere contadino, contadino del telaio, senza risparmio e solo con un po’ di boria che riserviamo agli altri, a chi non è di Pra’o, quando ce li ritroviamo vicini di ombrellone a Forte dei Marmi che ci chiamano cafoni arricchiti, stracciaioli, zinzolari, cercatori di oro nella merda e non sanno di farci complimenti, l’ho ancora da vedere un senese con le mani sporche a rimestare nel letame o nei cenci come tutti i pratesi, tutti, operai, artigiani, contadinacci del sud e delle montagne che trovo solo a Pra’o come pratesi veri, che saluto vociando alla Casa del Popolo, per il torneo di briscola (in palio: il prosciutto, prosciutto toscano, salato), per fregarci a briscola come ci freghiamo i clienti e le commissioni sul lavoro, senza cattiveria, con lo stesso gusto con cui ci si frega a carte per poi smadonnare tutti insieme, è quasi un gioco fregarsi in questa Prato sempre più grande, la terza città della Toscana, forse la seconda, la prima nell’export e nei fallimenti che ci hanno fatto rinnovare tutti i telai e mandar via quelli troppo vecchi, via in India, Cina, Tunisia, Marocco, Grecia, Spagna, a farci un po’ di soldi anche con quest’altra roba che in Italia nessuno vuole perchè non hanno ancora capito che il lavoro, prima del soldo, non puzza mai, come il concio ben fermentato, anche se adesso anche noi si ha la Cultura, il Museo Pecci, librerie, del Fabbricone s’è fatto un teatro d’avanguardia con spettacoli a ciclo continuo a ricordare l’ultima fabbrica a ciclo completo che c’è stata a Pra’o, tanto la cassa integrazione agli operai gliela ha data l’inpse per quattro-cinque anni ed io al Metastasio ci ho l’abbonamento al palco dove mi tocca guardare a buho ritto, accidenti a me se il prossimo anno non vo in platea come mi aveva detto la mi’ figliola, lei la vole fare l’attrice mentre mi da una mano in ditta perchè l’ha preso da me che da ragazzo facevo ride tutti, guarda, acchiappo le noccioline a i’ volo in bocca, guarda qui hop-hop-hop giù in gola, senza strozzassi, da sempre acchiappo tutto al volo soldi e noccioline, tutti a dire che prima o poi mi strozzo, ditemi voi invece come si fanno i soldi in Italia se non acchiappandoli quando ti svolazzano davanti al muso, ma ditemi chi ci pensa al futuro in Italia, nel mondo, ovvia ditemelo chi è che corre verso il futuro e ditemi chi lo conosce, ditemi a che si pensa e dove si corre se non verso il presente, se ci si strozza amen, s’andrà a tener compagnia a Malaparte a Spazzavento, a sputare nella gora del tramontano, vederlo, ‘sto ventaccio gelido e sottile come un passato, srotolarsi dall’Appennino lontano, verrucoso, venir giù richiamato da invisibili spole, torcendo querce, annodando castagni, ricamando imperturbabili cipressi, intrecciando olivi e canne del fiume, serpeggiando in strade, stanzoni, case, viali, periferie, chiese, ordito di quella sfilacciata trama che chiamiamo presente, o realtà, o persino Prato, dove mi avvolgo come in una patria ruvida e calda, a godermi il panneggio avvolgente di ciò che è conosciuto, con la testa ben infilata sotto, protetto, isolato, difeso, sordo allo sgangherare dei telai del futuro, lontano, come sono quassù a Spazzavento, sospeso per un attimo, fra cacche e nuvole, in un ritaglio di bellezza.

Fine parte VI - continua

Un grano di miglio part. V

Prato vista da qui, da Spazzavento, è enorme, quasi fusa, ormai, con Pistoia e Firenze. Ancora si vedono capannoni frammisti a case e qualche campo coltivato ad ulivi, mais o girasoli, spesso ai bordi di parchi e giardini pubblici. Ma erano gli "stanzoni" annessi alle case (ora sono sempre più spesso garage), il fulcro del "modello-pratese", quando ci arrivai io, mica i capannoni: una miriade di "stanzoni", sottoscala, addirittura stanze della casa in cui, a ciclo continuo, andavano la taglia-cuci, i fusi, la macchina pettinatrice. La sera tardi in molte strade (e nemmeno solo quelle di periferia) era tutto un frastuono meccanico, un digrignare di ingranaggi, un frusciare di "pezze". Dalle finestrelle dei sottoscala fasci di luce al neon che imbozzolavano le più calorose bestemmie. Sctac-sctac-sctac-sctac... clong. Pare che era sul clong che ogni tanto saltassero una o più falangi. Sullo sctac saltavano i timpani. La signora B. aveva la taglia-cuci che faceva brrrrrrrrr-brrrrrrrrrrr proprio sotto la mia cucina ed il brivido saliva su dalle pareti, sgarattava per le tubature ed alla fine carezzava le stoviglie nello scolapiatti e negli armadietti e quelle facevano le fusa per nottate intere: ti-tin-tin-tingt-tac. Sul tac si spaccavano i bicchieri in dotazione alla casa ammobiliata in fitto uso foresteria non residenti ne’ coppie sposate e/o prole lire 300.000 mensili, spese escluse. Beh, alla fine ci andai dalla B. a dirle di piantarla con ‘sta taglia-cuci, non se ne poteva davvero più. Lei mi disse che davvero le dispiaceva, che la notte, certo, è fatta per dormire, che la mattina si deve andare a lavoro, lei lo sapeva cosa significava lavorare ed assolutamente aveva tutte le intenzioni di avere ottimi rapporti con i vicini, che non sarebbe mai più successo. Solo che urlava. Controllai le dita: le falangi erano ordinatamente allineate ed in gran numero. La taglia-cuci, dotata di impavida ed irreprimibile vita propria, proseguì a convivere giorno e notte con me, per tutti e tre gli anni, il brrr-brrrrrrrrrrr diventò un aroma sottile, quasi una intimità, di quelli che conciliano il sonno. Con la signora B. ci si scambio’ il sale ed il pan grattato, alla bisogna. La mia bici (e la vespa poi) era parcheggiata accanto alla sua auto: mai un litigio. Al mattino veloce caffè in tazzina che ancora fremeva fra le dita, saluto al bonario e grasso marito della signora B., carezza a Ugo (il gatto di un misteriosissimo occupante del terzo ed ultimo appartamento, uso foresteria, etc.), bus Cap, sceglievo un posticino ben distante da un mefistofelico personaggio con la barba a due punte aguzze (scoprii in breve trattarsi di un capo-ufficio inps, divoratore appassionato ed innocuo di merende cacio e pere) e cominciai a voler bene a Prato. Non è che tu arrivi lì e zacchete ti innamori di Prato, che mica è una cartolina, centro storico piccolo, con la statua a Datini, il mercante di tessuti inventore della cambiale; era quasi tutta una enorme periferia, capannone, condominio, prato incolto, orto improvvisato, capannoncino, etc., un groviglio di sensi unici che raggiungono borghetti e coloniche fagocitate dalla prima cinta periferica anni ’60 e ’70, sportelli bancari a iosa (e chi le aveva mai viste tante banche tutte insieme...), intere zone dedicate alle banche, fatte tutte a pezzi componibili, con il giardinetto davanti ad agavi ed iperico, più qualche memoria di vigneto in forma di radici di portainnesti che ogni tanto ancora germogliano da sconnessure fra i blocchi prefabbricati, come i bar e studi notarili ed avvocatizi si riproducevano per partenogenesi colonizzando gli interstizi che brulicavano di insegne al neon e targhette di ottone, studi notarili dentro banche, notai e avvocati nei bar a giocare a carte dopo pranzo (in palio: il caffè), a chiamare per nome il ragazzo del bar assunto "a nero", mentre lì, proprio di fronte, nel bel mezzo di un paesone che doveva diventare città, un edificio a grandi blocchi prefabbricati, nato come albergo, veniva velocemente riconvertito a sede (zonale prima, provinciale poi) inps. L’apertura della sede fu l’occasione per mettere a dura prova l’inventiva di un cronista di un quotidiano locale. Ricordo l’articolo: arrivava a descrivere lacrime percolanti sulle ciglia del primo direttore della sede, partecipe, pare, e gonfio di orgoglio localistico, pare, per il volo della città verso l’agognato titolo di "provincia", a cui lui, il direttore dico, aspirava da tempo immemore, frangendo correnti contrarie ed aggirando ostacoli, disseminati da un qualcuno lì a Firenze, pare, con pragmatismo ed energia tutta pratese, insospettabili in quel corpicino stracco e già pre-adattato al pensionamento, ma che, nell’articolo, sembrava brandire con naturalezza, nelle manine diafane, cazzuola e livella. A me l’edificio non fece una grande impressione: tutto a pezzoni componibili, tanto per non deturpare l’armonia con il resto, ma a pezzoni più grandi degli altri, sembrava un involucro su cui non avrebbe guastato la scritta "Maneggiare con cura. Fragile". Non c’era neanche il bar interno, ma i 10 minuti di pausa bar furono prontamente accordati, qual viatico di futura ed amorevole convivenza. "Siamo tutti una grande famiglia"... diceva per davvero un dirigente, lì a Prato, lo stesso che si assicurò che io non appartenessi ad organizzazioni dedite alla gambizzazione (avevo la barba, persino gli occhiali, meglio andarci piano con chi ha barba ed occhiali), ma meglio andare avanti, lasciare qui questo personaggio dopo avergli solo un po’ arruffato i capelli con il vento di due parole e lasciarlo lì, come tanti altri, a tintinnare nel calice del tempo e soffiare in avanti il vento dei ricordi. Una virata, un salto sulle onde ed eccomi all’eco. Operazione Estratto Contributivo. Ho sempre invidiato chi inventa gli acronimi all’inps (c’è un ufficio apposito? Un dipartimento, con tanto di dirigente, segreteria, anticamera?). Da un lontano passato, indifferenti all’evoluzione come le felci, sono giunte fino a noi sigle laconiche (DM Denuncia Mensile, ad esempio), su cui nevicava addosso, con il tempo, una patina di numeretti e siglette minuscole (DM1, DM2, DM-dl, etc.), rispettose dell’aulica origine e della volontà di non dare troppo nell’occhio, ostentanti la secchezza come prova di serietà. Poi l’informatizzazione portò con se una corte di ottimismi: il PC come strumento al servizio della creatività. L’acronimo e l’acrostico imperarono: ARPA (archivio regionale posizioni assicurative), HYDRA, MIDA. Erano sigle che spesso volevano riassumere addirittura un senso, una strategia: l’operazione eco (tre lettere, solo tre lettere, diomio) puntava dritto alla risonanza, al rimbalzo positivo che "l’utente come risorsa" avrebbe irradiato una volta bersagliato da un nugolo di estratti contributivi, protestando al limite, vabbe’, ma, rispondendo allo stimolo, all’input, avrebbe permesso deduzioni, intuizioni addirittura, relativamente persino a (eventuali) falle dell’inps. Insomma: inviare estratti contributivi con sopra allineati contributi accreditati, accogliere comprensivamente quello che "mi mancano, porca p.... , tre anni, santa.... , vi siete messi voi in tasca i soldi, lo sapevo, ma io vi denuncio...", risolvere il problema particolare posto dall’ "eco", ma individuare anche il modo migliore per evitare il ripresentarsi futuro del problema, tramite nuove strategie, tattiche, opzioni, tecniche. La cosa avrebbe riguardato allora solo i lavoratori dipendenti, ma tanto per iniziare. Dall’interno all’esterno, per migliorare l’interno e ritornare all’esterno, in un gioco di echi continuo ed accelleratamente virtuoso. Io c’ero. C’ero fin dalla fase introduttiva, diciamo così, quando spedivamo tabulati. Sui tabulati c’era l’elenco dei dipendenti e relativa contribuzione, divisi per azienda ed anno. Si inviavano con la preghiera di correggere eventuali errori nella contribuzione dei singoli o anche aggiungere nominativi lì non presenti, firmando, d’altronde, una circostanziata dichiarazione di responsabilità che a me avrebbe tolto il sonno per molte notti. I tabulati ci tornavano zeppi di correzioni, noi li si acquisiva al terminale e così, settimane di contribuzione, retribuzioni, intere posizioni di presumibili dipendenti, subivano una sorta di maquillage informatico, una transizione dal rozzo scarabocchio ad inchiostro all’algido record, dalla tridimensionalità della mano che vergava incerta o sicura, elegante o scialba, alla bidimensionalità ipostatizzante e livellatrice dello schermo, dal transeunte al definitivo, dall’incerto al certo. Noi eravamo incerti dei nostri dati, gli altri no. Noi eravamo incerti perchè sapevamo che il "service" (si, quello che mi aveva dato RS, RA ed FS) aveva acquisito male o, addirittura, poco di quello che gli si era dato (e pagato) quando partì l’automazione dei contributi, in quanto l’inps era incerto a riguardo della capacità dei propri dipendenti di metter mani su tastiere o almeno in maniera proficua ed economicamente vantaggiosa, per cui si ricorse a quella che mi sembra oggi si chiami "esternalizzazione" ma che all’epoca era ancora conosciuta come "appalto", "sub-appalto" e cose simili. Con il "service" finì che prima ci fu il ritrovamento di DM (con numerini vari accanto) sul greto dell’Arno, poi ci fu il tribunale, dove l’inps perse la causa. L’azienda del service cambiò pelle e le furono affidati altri lavoretti. Cessati i lavoretti la ditta fallì. Questo stando a quanto mi raccontò un ex dirigente, sufficientemente invelenito a causa di una mancata promozione (a vice direttore o direttore, non ricordo) da dettagliare intorno a questa ed altre vicende già note magari solo a grandi linee. Ne scrivo con un po’ di stanchezza, confesso, credo che il lettore se ne accorga. E’ uno di quei casi in cui ricordare stanca e confonde con altri ricordi in cui urta stancamente e scriverne ascrive al passato anche il presente, qui, relegato nel metro quadro libero da chitarre, amplificatori, tastiere, collegate tutte al PC da un glomerulo di cavi dai miei figli, pateticamente febbricitante, imbottito di antibiotici, una settimana a combattere (inutilmente) con un istrice che mangia le bietole (arditamente morsicchiando persino il cavolo nero), sentendo il freddo dello scriptorium, il pollice mi duole, lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus, a dare, scrivendone, immeritata enfasi a cose che tutti sanno e nessuno ricorda, perchè è roba assodata le cui radici scompaiono nelle viscere di una nazione o dell’uomo stesso. Mi ricordo, si mi ricordo, mi ricordo un ministro, tale Cambray Digny, che alla Camera difendeva la decisione di "esternalizzare", di affidare al "privato" il monopolio dei tabacchi in quanto si riteneva che: "una associazione di capitalisti, la quale, svincolata dai molti legami e tradizioni degli uffici governativi, potesse sradicare gli abusi, procedere a decisive riforme, ed avere l’interesse privato a sprone nell’introdurvi..." eccetera eccetera eccetera. Correva l’anno 1868. Cambray Digny si era appena nettato le labbrucce che di certo aveva (con un nome così aveva certamente le labbrucce) dopo il discorsetto nobile e coraggioso che scoppia lo scandalo, il primo scandalo dell’Italia unita: un giro di bustarelle (a dire il vero allora si chiamavano "zuccherini") a cui l’interesse privato fu da sprone e molti legami e tradizioni di netto tranciò, insieme a qualche venuzza di uno che frignava troppo sulla cosa, tale Cristiano Lobbia (d’altra parte dissero che era omosessuale, figurarsi). Pare che anche il re non disdegnò gli "zuccherini", come, d’altra parte, pare che non disdegnò quelli poi saltati fuori dallo scandalo delle Ferrovie Meridionali o della Banca Romana. Tutte storie vecchie ed ammuffite. Ma mi tengono compagnia mentre invecchio ed ammuffisco.

Un grano di miglio part. IV

"Tutta la storia d’Italia e d’Europa finisce in stracci e tutti gli stracci finiscono a Prato"
Sbruffone, ma efficace. Quando la lessi per la prima volta ‘sta frase pensai solo: sbruffone. Pure da morto ha fatto l’originale, pensavo. Come gli è venuto in testa di farsi seppellire quassù, a Spazzavento… Bisogna dimenticare sigarette e pigrizia per arrivarci su questo poggio dove solo i più fortunati fra gli alberi e rovi sono riusciti ad arpionare un palmo di terra con le loro radici, infilzandole nelle fenditure fra le lastre di pietra a rendere evidente la banalità del toponimo "Spazzavento" con la loro testardaggine. Il mausoleo è di granito, nemmeno grande: due gradini, una pavimentazione, il sarcofago sul fondo, un basso muro a circoscrivere il tutto, niente che assomigli ad un tetto. Il posto è bello, alto, sembra tanto alto che invita a guardare in basso; per cui non dirò delle rondini che graffiano il vuoto turchino del cielo, della massa compatta e scura della Calvana che comprime il Bisenzio e lo sguardo verso il Montalbano, in fuga verso il mare mentre si lascia dietro la piana; del pistoiese che incalza Prato (sperano ancora di riuscire a fregarci il Sacro Cintolo della Madonna, maledetti pistoiesi); di una Firenze che da in elemosina al nostro sguardo di innamorati troppo rozzi solo qualche suo quartiere periferico. Dirò invece della cacca: lì a Spazzavento è pieno di cacche, cacca di daino, capriolo e cinghiale. Mi è sembrato di vederci anche una cacca solitaria di volpe. Anche il pavimentato del mausoleo ne è pieno, di palline e cilindretti scuri ed i colpacci di vento ogni tanto ne fanno roteare all’impazzata un imprevedibile gruppo. Se ti siedi sono più da ostacolo le cacche di cinghiale però, cacche a panino, impastate a gusci di ghiande ed altro materiale indigerito, più rare ma più "sporche" e prepotenti delle biglie quasi levigate e quasi sferiche che viene voglia di giocarci, rapidamente seccate come sono dal vento o dal sole. L’odore però non è di cacca, è di selvatico, di pelliccia sporca, terriccio ed elicriso; è quasi l’odore di un cimitero. Lo immagini di notte, quasi più vivo di ora, proprio come i cimiteri nelle più infantili e radicate paure. Spazzavento, di notte, a guardare le cacche, deve essere tutto un sabba di grifi e zoccoli, un nutrirsi irrequieto e spasmodico, una coperta di velli irsuti che rabbuia la roccia ed i muschi, spettacolo troppo attraente anche per una guardinga volpe che, ai margini, con il muso aguzzo stirato verso il vorace transito della vita in intestini altrui, con pietà depone una piccola, rassegnata cacca. Ma forse non è così Spazzavento di notte, usciamo dalle comode metafore, cinghiali e daini non sono così amorevolmente dediti ad offrire un brano leggibile del racconto privo di senso, narrato da un pazzo, che è la nostra vita (è che Shakespeare fa sempre "erudito"). Forse Spazzavento, di notte, è solo un buon posto in cui fare un po’ di cacca in santa pace, senza disturbare un Malaparte qualsiasi, morto, in fin dei conti. Beh, forse essere circondato da cacca, dopo morto, forse non era proprio nei suoi calcoli, ma non credo che gli sarebbe dispiaciuto più di tanto a lui, che si atteggiò ad irriverente popolano per tutta la vita. L’irriverenza della cacca in fin dei conti segnala il limite della ineguaglianza: puzza, si decompone, equalizza l’umanità, difficilmente permette scarti personali e dimostrazioni di potere individuale come il sesso, il mangiare o il bere. Probabilmente non è un caso se nei libri si persegue lo scandalo fondamentalmente attraverso il sesso, più o meno perverso, più o meno eccessivo: perché non è (più?) uno scandalo, non è una inversione fondamentale del sentire comune, tutto teso all’estensione del limite di ognuno, all’ipertrofia dell’ego. Negli ultimi anni ho trovato un tranquillo accenno ai "piaceri di una soddisfacente evacuazione" solo in un saggio del mai (da me) abbastanza compianto Stephen J. Gould. Continuo: di cacca al momento ricordo che se ne parla in "Asce di guerra" (Wuming – V. Ravagli), in "Guerra infinita", in "Viaggio al termine della notte", in "I venti dell’Egeo" e sono libri che (con evidenza) parlano di guerra, di sofferenza, di morte ("Non vergognarti, compagno: questo è l’odore della battaglia. Ci laveremo dalle lordure stasera se saremo ancora vivi"). E nel parlare comune più la parolaccia è accettata e più è di derivazione genitale; il generale Cambronne sempre più relegato, con il suo ringhioso "merd", in una teca da museo. La tv è un trionfo di sesso parlato, i giornali idem. Dice che è più liberatorio, più trasgressivo e più non so che altro. A me da sui nervi. Parlate di cacca, che forse è più tutto.
No, non sarebbe dispiaciuto a Curzio Malaparte pensarsi giacente in un sarcofago di granito circondato dalla solitudine e dalla cacca di daini e cinghiali. Altezzoso, vitalisticamente attratto dalla dissoluzione delle umane cose, confusionario, sbruffone, desideroso di amalgamarsi al popolo minuto dei "Maledetti toscani" ed alle elementari verità che Curzio credeva da esso custodite (come spesso succede a chi non è del popolo minuto), fascista quasi della prima ora, poi antifascista e mandato al confino, poi liberato (pare grazie a Ciano) e corrispondente/fotografo di guerra, poi comunista, ma ancora tanto provocatore da lasciare in eredità la sua magnifica villa di Capri alla Repubblica Popolare Cinese, lì a Spazzavento Malaparte secondo me ci sta proprio bene, nell’esile mausoleo, bandiera pietrificata nel trionfo del suo garrire (opla’), su uno sperone semi sconosciuto dove un balzo sembra separarti dal Bisenzio, il fiume padre dei pratesi su cui accelera il vento che si riversa sulla piana e la città, rinfrescandole un pochino d’estate. "Voglio essere seppellito a Spazzavento, per alzare il capo ogni tanto e sputare nella fredda gora del tramontano". Morte, solitudine, visione dall’alto sono parole agganciate l’una all’altra. Nel guizzo supremo e fatuo della dissoluzione delle membra, Malaparte diede alla traiettoria effimera dell’esistenza la concretezza ironica di uno sputo controvento e di un cacatoio. Lo sbruffone Malaparte, l’opportunista Malaparte, l’infido Malaparte (fu anche tutto questo), giocava a fare il titano dannunziano con il suo villone paracadutato su uno sperone roccioso di Capri; da morto voleva quasi liberarsene mandandola in Cina. Ci pensarono gli eredi, impugnando il testamento, ad evitare che Mao Tse Tung sguazzasse felice fra i faraglioni. Lì a Capri mi dissero (o lessi, non ricordo) che era la sede di una fondazione culturale, ora. Io la villa di Capri la vidi popolata di bellezze in bikini. Alla faccia della fondazione culturale. Certo le donne non dispiacevano a Curzio, ma voglio divertirmi a fantasticare: seppellito per seppellito, meglio le cacche di Spazzavento, a sputare nella gora ed a guardarsi Prato. "Son nato a Prato, e se non fossi nato a Prato non vorrei essere venuto al mondo". Esagerato, dai... ma no, esageriamo dai, su, diamole un’ occhiata a ‘sta cittadina senza notorietà.

Fine parte IV - continua

Monday, July 24, 2006

Un grano di miglio III
In manicomio ci sono stato per davvero, come qualcuno avrà creduto di intuire. Parzialmente smentendo detta intuizione, preciso: non da internato. I seguaci di Basaglia imperversavano e, anche a volerlo, non mi ci avrebbero chiuso. Ci ero andato a fare "qualcosa", quel "fare qualcosa" che oggi equivale (anche per me, chino il capo) a "far passare il tempo" ed invece allora significava "qualcosa", cioè, una "qualunque cosa" desse l’impressione anche ad un imbecillotto di provincia come me di fare "qualcosa" che non si capiva neanche bene che era ma almeno era una cosa, anche se qualche. Naturalmente mi ci avevano anche trascinato, tipi volenterosi che volevano fare qualcosa anche loro, fra cui tale I., ragazza carina, faccino puro, trasudante fiducia nell’umanità, che faceva un sacco di qualcose per detta umanità, delle più disparate, con regolare ragazzo alto, bello, caustico, che rimaneva lì un po’ ai bordi del tutto, ad aspettare che I. si stufasse di giocare e convolasse a giuste nozze aventi, come corollario, l’apertura di uno studio di commercialista (o avvocato, non ricordo bene) grazie all’azione congiunta di sinergie familiari. Secondo me si sono sposati, alla fine.
Il ricordo del manicomio, del mio primo ingresso soprattutto, basta ed avanza a farmi rimanere convinto assertore della bontà della cosiddetta legge Basaglia. Non intendo annoiare con strazianti descrizioni. Due pennellate ed una digressione su un dettaglio, però, me le consento. Dunque: la prima cosa che ti succedeva dopo aver varcato il cancello era che ti chiedevano una sigaretta. Poi un’altra, poi un’altra, poi un’altra, etc. Finivi il pacchetto in pochi minuti. Tutto il rapporto umano era almeno inaugurato dalla richiesta di una sigaretta, ma più spesso si riduceva a quello. Tutto era ridotto a pochi riti (sigaretta inclusa), poche interrelazioni e, soprattutto, poche parole. Uno chissà perché pensa sempre che il matto dia di fuori con il cervello e o sta zitto o parla troppo. In parte è vero, ma quello che ricordo io è che le parole, le più usate, le più frequenti, erano poche, pochissime. Si parlava dialetto, l’italiano era una vera rarità (ed è superfluo spiegare il perché), ma era un dialetto misero, parlato a mezza bocca, senza snodi o aritmie, un codice più che una lingua, senza sfumature, uno slang o solo uno strumento, probabilmente nato lì, dove molti avevano vissuto grande o grandissima parte della propria vita. Noi, facevamo "qualcosa" per una nostra coetanea (20 anni) che era stata variamente internata da quando ne aveva 6. Via… ma quali sfumature sono possibili in un manicomio? Mi sembra di aver capito che una informazione analogica lascia spazio, troppo spazio, fra zero ed uno, quello che fece la gioia dei passatisti, dei sofisti e dei complicatori d’ogni risma. L’informazione binaria no: zero oppure uno e basta. Nessuna incertezza e nessuna sfumatura. Lì sembrava tutto binario. Quale può essere il dettaglio sfaccettato in un manicomio? Uno almeno però lo trovai; anzi, per essere esatti, mi e ci fu sbattuto in faccia: i liberti. Li chiamò così uno psichiatra, insomma uno che se ne intendeva, con una certa irritazione. Me ne ricordo distintamente il primo che conobbi di ‘sti liberti. Descrivo senza aggiungere colore: occhiali da sole e capello raggomitolato in un ciuffo corvino, basetta florida e labbro beffardo, camicia sbottonata e catenina cicciotta al collo, cintura larga e mazzo di chiavi auto che facevano clang-clang-ting ad ogni passo. Era stato interpellato, in veste di esperto/amante/quasi precettore/guardia di confine, in merito alla ragazza per cui si era deciso di fare il qualcosa. Parlò con la ponderatezza e l’approfondita conoscenza dei problemi che solo la diretta esperienza della follia può dare. Un po’ mi sembrò anche contento che gliela levassimo, almeno per qualche tempo, dai piedi: il suo status di liberto, di schiavo liberato, di ex pazzo ma ancora un pochino pazzo quel tanto che basta a rimanere in manicomio ma uscire pure fuori, gli offriva opportunità molto ricche, anche in fatto di donne, dentro e fuori. Lo psichiatrino giovinetto che era nostro alleato per il qualcosa, gli chiese quando pensava che sarebbe toccato a lui fare il gran salto, di lasciare il manicomio definitivamente, di smetterla con questa vita a metà (stavo per scrivere schizofrenica, ma non è il caso). Il liberto disse che non ce la faceva, proprio non ce la faceva, ci aveva un qualcosa ancora lì nella testa: sarebbe restato un altro po’ in manicomio, almeno un altro po’, aveva firmato, lui, e che miseria. Uscendo dalla stanzetta dello psichiatrino giovinetto il liberto incrociò un corpulento infermiere e simulò un colpo ai di lui genitali e quello rispose con uno scherzoso scappellotto alla nuca del liberto.
E non era l’unico liberto del manicomio, il liberto. Un piede dentro ed uno fuori, era un piccolo, ma importante gruppo, quello dei liberti ed uno tende automaticamente ad associarli ai kapò dei lager, alle spie dei carceri, al bidello leccapiedi della scuola, ma appiattire il liberto sul kapò limita la fantasia della realtà. Un liberto era, all’occorrenza ed in alcuni casi, anche un kapò, o un mediatore, o un intrallazzatore, o uno che alla fin fine poteva mettere su tutta una serie di piccoli traffici lucrosi (in denaro, sigarette, sesso) con i pazzi ed i non pazzi, e fra pazzi e non pazzi, ma a me affascinò la scheletratura del gioco di relazioni all’interno della "istituzione totale" che quasi trovava una sua sintesi nella figura del liberto. A grandi linee: il liberto poteva pure essere un bastardo ed agire da gran bastardo, ma era irrimediabilmente infilato in un ruolo che poteva esistere solo in quella situazione. Detto altrimenti: con tutti e due i piedi fuori dal manicomio non sarebbe stato neanche un liberto. Procediamo: fuori dal manicomio, forse era troppo difficile per lui, forse aveva davvero "qualcosa" ancora nella testa, forse aveva bisogno di protezione, conforto, di un’area protetta dove poteva essere qualcosa, poteva trovare una nicchia di vita ed azione dove poter essere l’ Homo faber costruttore e protagonista, pagando un prezzo che, annusato solamente dall’occasionale visitatore di manicomi, poteva sembrare alto, molto alto, per il solo essere costretti a convivere con il buio terrorizzante, senza nome e senza origine, che modellava volti storpiati da caricature di risate e pianti arginati dal ritmare della pillola blu, pillola bianca, inconcludente giro nel parco spelacchiato, sigaretta, ce l’hai la sigaretta, ‘na sigaretta capo, ‘a sigaretta, fammi fumare, fammi accendere, dammi 100 lire per le sigarette, a cui l’esistenza stessa del liberto, la sua capacità o necessità o addirittura scelta di convivenza, alla fine dava una patente di sopportabilità, se non di (lo dico? Si lo dico) normalità, di continuità fra la norma e l’abnorme.
Gli agglomerati e conglomerati e agglutinati umani mi hanno sempre incuriosito e spaventato. Con il tempo mi sembra di poter considerare come dato acquisito il fatto che alcune direttrici siano costanti e facilmente individuabili (almeno superate alcune masse critiche e/o poste alcune condizioni) e l’etologia effettivamente fornisce utili suggerimenti o, quantomeno, terminologie. L’ordine di beccata (gallina A becca galline B, C, D,… gallina B becca C, D,… ma non gallina A etc.) o le parate nunziali durante il corteggiamento o la cosiddetta bolla territoriale (l’invisibile soglia oltre la quale c’è l’aggressione o l’intimità) possono essere degli esempi. Lo scarto da queste rappresenta l’umano, forse.
A volte capita di osservare variegati insiemi umani che non si compongono in un disegno unico, frammentandosi in gruppi e sottogruppi ed addirittura individui esemplari, sotto la pressione di fattori esterni o per l’urgenza di far riferimento ad essi e non all’ambito in cui l’osservazione stessa avviene. Da racconti ed esperienza diretta posso dire che le sedi inps medie e medio-grandi hanno rappresentato, per un certo tempo, un luogo privilegiato di osservazione, essendo in esse travasata o echeggiante tutta la peristalsi sociale in una fase di critico passaggio, con il vantaggio di proporre all’osservatore versioni essenzializzate (ridotte all’osso) di tali contorcimenti e conati storico/sociali, in un arazzo chiassoso e solo all’apparenza frammentato. Chiariamo: alla sede inps Firenze ci sono stato giusto qualche mese, in attesa della definitiva destinazione. L’urto ed il segno lasciatomi da tale manciata di tempo, fu però profondo e, nel ricordo, immarcescente. Concausa nel determinare tale indelebilità può essere considerato il fatto che presi i primi contatti con quella che sarebbe diventata la mia terra (oggi mio figlio con naturalezza mi chiede: "scusa, papo, ma voi meridionali… no, perché, qui, noi, in Toscana…") anche per il tramite della sede inps di Firenze. Era una terra che avevo più o meno scelto come destinazione della mia emigrazione, ingannato, come tutti ed ancora oggi, dalla morbidezza dei colli e dal fasto delle arti, ove l’ h aspirata era ariosità di paesaggi e singulto di stupore. Nei fatti la prima cosa che mi colpì fu il bar interno della sede inps, il bar con annessa sala per assemblee e sede CRAL. Fu un urtare o un affondare, una gelatina umana che si sfrangiava e ricomponeva di continuo in nuove concrezioni avvolte dal fumo di sigarette e spolverate di briciole di panini e mortadella, per poi gonfiarsi, ribollire di voci e risate e poi evaporare verso le scale e gli uffici trascinandosi dietro ancora odore di caffè e lunghi sonagli di parole sventagliate sotto il naso di un nuovo rigagnolo che colava verso basso, verso il bar. Si spettegolava lì, ci si esibiva lì, nascevano amori lì. Si ricordavano anche un paio di quasi risse a bottigliate. Politica, sesso e calcio meritavano più di altro l’attenzione. Aneddoti boccacceschi irroravano tutti i colloqui, si tramandavano dai vecchi ai giovani, l’archivio al secondo semi-interrato aveva fatto da alcova per complicati girotondi di amori, più o meno clandestini, ma alla fine si veniva a sapere tutto di tutti. Sembra strano a me ricordarlo: alla sede inps di Firenze c’era lo spaccio alimentari, gestito dal CRAL, proprio di fronte al bar. Un etto di burro al parroco, 2 chili di pasta al bolscevico, una bottiglia di spuma al farmacista ed i grissini alla più bona. Nell’amalgama si stagliavano i più generosi interpreti di se stessi, ma i migliori erano aurati dalla forza della rappresentatività. La tagliente iconoclastia toscana e, nello specifico, la solida tradizione anti-clericale sbocciavano nelle vesti del corpulento T. che aveva avuto la bella idea di chiamare il proprio cane Wojtila, dandosi così il destro per tutta una serie di svisate fantasiose che giungevano anche all’incoraggiamento, urlato a gran voce allo spelacchiato bastardino, ad un rapido espletamento di funzioni intestinali nel corso delle passeggiate igieniche. L’atmosfera di raffinato erotismo tipicamente fiorentino, avvolgeva R., bello come sono belli i belli dei romanzi di Liala e delle balere, impomatato, profumato, ammiccante, sapientemente misterioso, elegante che con eleganza dribblava la propria balbuzie a mitraglia: in presenza di qualsiasi individuo di sesso femminile, lentamente si denudava gli splendidi occhi grigio-azzurro, calando con lentezza gli occhiali da sole fino a sfiorarsi le labbra tumide e sornione con le stanghette e poi, fluentemente, cantava "Non ho l’età" o "Mi porti un bacione a Firenze" o "Donna cosa si fa per te" o i più melliflui successi del momento, modulandosi in base ad età, provenienza, qualifica, mansioni etc. della destinataria, ma mai considerando il puro aspetto fisico: dell’ecumene femmineo afferrava solo la nascosta essenza. C’era persino P. che poetava in rima fustigando i costumi del luogo, satireggiando all’impronta ed in rima baciata sui vizi e sulle pretese virtù che il suo occhio di vetro strabuzzato in fuori dalle palpebre inseguiva con sfrontata fissità. Tutti dicevano che P. vedeva meglio dall’occhio di vetro che da quello buono, epigono disadorno dei ciechi vati del passato, e che se l’era fatto mettere solo per cavarselo fuori e farlo rotolare sulle scrivanie dei capo-ufficio che gli volevano affibbiare una qualche ulteriore incombenza. C’era la grassona ridanciana, il napoletano ancora oggetto di incuriosita simpatia, l’ex pugile con il naso frantumato, l’indefesso conoscitore di circolari che un cuore traditore farà accasciare di lì a poco sull’ultima circolare, il gigantesco autore di fiabe per bambini con la vocina fessa, l’educanda sempre pronta a trasalire, la misteriosa fumatrice accanto al termosifone, l’ex staffetta partigiana che ora aspettava ingrigita la pensione, il barbuto internazionalista che voleva venderti il giornale mentre sgranocchiavi il cornetto, il severo archiviatore di cui tutti poi rimpiangeranno il maniacale ordine, la bellissima a cui il marito aveva preferito la bruttissima, insomma tutta quella umanità sbilenca, asimmetrica, che il tempo, la convivenza strutturata ed il silenzio di dio concorrono a sbalzare fuori dalla vita e, forse, a donarle umanità. I capi di ogni gradazione la fendevano a coppie (cosa? La vita o l’umanità sbilenca? Tutte e due), come i carabinieri alle fiere, terrei, occhiuti, con la giacca e la cravatta, ultimo bastione di autorevolezza, guardando insistentemente l’orologio (azione a doppia valenza semantica: accidenti-è-tardi-ed-io-sono-impegnatissimo e/o ti-tengo-d’occhio-brutto-scansafatiche), occasionalmente attorniati dagli ultimi fedelissimi annuenti. Della mancanza del sorriso ne facevano bandiera, ma forse era il presagio del declino, il loro ma non solo. Quando mi trovo di fronte al mare ho la stessa sensazione: un gigante liquido che cerca ancora di respirare. Il cambiamento era nell’aria. Non solo: si invocava il cambiamento, con la monotonia di un mantra. I capi si avviavano ad essere "burosauri", il popolo del bar aveva bisogno che qualcuno gli chiarisse la "mission". Un mondo piccolo si sbriciolava, i suoi confini frantumati, i totem rosicchiati, i miti affettati dalla logica, i riti messi in formalina, le vesti colorate ed impudiche allungate fino a sotto il ginocchio e sopra al collo, cibi saporosi e grassi si rivelavano panpatogeni, acciaio inox, monocolture, nuove malattie, forse anche la posizione detta "del missionario". Freschi di doccia, abbigliamento casual, sguardo tagliente, sbarcavano al bar, in gruppo. Ecco quelli del centro elettronico, procedendo con lentezza, incarnazione della confutazione del luddismo in bianco camice: le macchine avrebbero liberato l’uomo dalla fatica bruta, riservandogli solo la cerebralità. Arrotavano un acronimo dietro un acrostico, prendevano fiato solo per scambiarsi floppy e cavi. Litigando arrivavano i sindacalisti, litigando prendevano insieme il caffè, litigando convenivano sulla necessità di liberarsi di zavorre e pastoie: fatti non parole, come avrebbe parafrasato un ventennio dopo Palmiro Cangini. I sindacalisti di sinistra convenivano sopperendo con una più solida ossatura politica alla leggerezza ed agilità con cui convenivano gli altri, che sotto sotto invidiavano: il muro di Berlino era ancora in piedi ma il tizio che aveva detto che "un fatto è una verità sterile" era solo un poeta. Allegri e scanzonati come matricole sorbivano caffè decaffeinati ed inediti beveraggi i nuovi capi, senza cravatta, avambracci scoperti, solidali con i sottoposti (collaboratori, meglio), giocando ad adattare trasversalmente neonate terminologie a differenti contesti. Loro avevano già cominciato ad andare a quei corsi dove si insegnava a volare alto come l’aquila, anche perché basta crederci di essere un aquila, amico, credi in te stesso, amico, credimi, tu sei un’aquila non un pollo, basta crederci ed anche se l’aveva detto Lenin ‘sta storia dell’aquila e del pollo quando era morta la Luxemburg (per altro citando una favola russa), ok amico, pensa al qui ed ora, amico, ed ora andrai su quel palco e canterai, amico, oh se canterai, perché sei grande amico e tutti ti amano amico, perché credi in te stesso amico, amati amico, e devi farlo capire che ti ami, amico, devi darti un’immagine, amico… etc.
Capitai a lavorare in un ufficio che non ricordo con giovani impiegati già pregni di nuove istanze, ma di cui, francamente, non ricordo i nomi, dove mi misero a fare mucchietti in base a sigle che non ricordo per un fine che non mi fu rivelato. Immobilizzato nella grevità istupidita dell’ Uomo di Neanderthal non provai neanche ad imitare questi novelli Homo Sapiens, le loro movenze atletiche ed aggraziate, il loro linguaggio sciolto ed eternamente scherzoso. Erano più alti di me e più magri. Sembravano presi di peso da una pubblicità di un gelato, da gustare sensualmente sulla spiaggia, dilaniandosi in sorrisi. Trattavano con cameratismo il capetto dell’ufficio, ma lavoravano alacremente, sistematicamente, come se la cosa li rigenerasse, lungi però da ossequi formali per regole, sapendo che c’era una scala di priorità nel lavoro e quel che capitava in fondo alla scala andava, impietosamente ma semplicemente, cestinato. Avevano anche hobbies originali, ma non ricordo quali fossero. Trovavano molto divertente alludere continuamente alla vorace carnalità delle rispettive mogli ed alla speculare difficoltà dei mariti nel soddisfarle. Qualcosa di vero probabilmente c’era visto che poi il marito di non so chi si mise con la moglie di non so chi il cui marito si mise con la moglie di non so chi che era diventata l’amante del marito di non so chi, cosa che determinò, collateralmente, la fine dell’alacre ufficio. Storia vecchia come il mondo.
Io non avevo ancora capito niente di niente (anche se credo di aver fatto ben pochi progressi in seguito). Osservavo, ma cercai persino di documentarmi: mi abbonai persino a "Sistema Previdenza" (una sorta di rivista teorica, dove si disquisiva di marketing, immagine, differenza fra cambiamento e trasformazione, etc.), con trattenuta diretta sullo stipendio. Non me ne fu mai consegnata neanche una copia, ma ne scoprii pacchi enormi ed ancora imballati in un sottoscala, per cui, poco male. Gli articoli li trovavo astrusi e spesso oziosi, i dati di partenza piuttosto dubbi, le tabelle spesso imbellettavano ma non dimostravano, ma alcuni concetti erano più che chiari, anche se più che altro da accettare come articoli di fede, ma, diciamolo, molto ben presentati. Lessi anche un paio di libretti consigliati dalla rivista.
"La regola degli errori, dicevano questi libri, è la chiave per la delega dell’autorità. Essa conserva l’equilibrio fra l’autorità e la responsabilità delegante. Grazie ad essa la delega della responsabilità diviene operante e non è più un fatto formale. Applicando la regola degli errori i dirigenti, di qualunque livello essi siano, possono "puntare al sodo. Non rischieranno più di badare agli alberi senza vedere la foresta; saranno in grado di guardare ai risultati complessivi, non ai piccoli errori". E alla fine di ogni capitolo, su speciale cartoncino rosa, un modulo di quiz da riempire, detto lista di controllo. I dipendenti hanno paura di affrontare un rischio? Con accanto il quadratino del si e quello del no, e sotto quattro righe in bianco per l’esempio, Insistono troppo per la precisione dei particolari? Chi? Quadratini e righi da riempire. Si sentono liberi di sperimentare metodi nuovi nel proprio lavoro? Esempi recenti. Etc.".
Ho dovuto scriverla in corsivo perché, pur rendendo bene l’idea, ‘sta cosa non l’ho scritta io. L’ha scritta tale Luciano Bianciardi, un tipo poco raccomandabile, grossetano di origini senesi, figuriamoci. Faceva il traduttore e lo scrittore. Questo l’aveva scritto in un suo libro, "La vita agra", nel 1962, parlando di un periodo precedente in cui, per sbarcare il classico lunario, traduceva testi aziendali americani. Bianciardi morì a 44 anni di cirrosi epatica. Quello che lui traduceva gli è sopravvissuto: ancora oggi, 43 anni dopo, sento di tanto in tanto ripropormi come novità l’albero e la foresta, fulminea e generica metafora, che però fa il suo effetto come saggezza pret-a-porter, chiude rapidamente il discorso, non offre il fianco a critiche (perché non ha fianchi), ti ritrovi quasi a dover rispondere a millenni di ricerca filosofica, in definitiva ti senti anche un ignorante. Certo bisogna saperla dire la cosa. Se la dico io fa solo ridere.


Fine parte III - continua

Tuesday, July 18, 2006

Un grano di miglio non fa rumore Part. II

Part. II

Ieri sera ho ucciso delle vespe. Avevano fatto il nido in un interstizio del bidoncione dell’acqua, quello dell’orto. Consideravano la zona fino alle zucchine cosa loro. Una era sempre di guardia, appoggiata ad una barra di metallo, come se stesse alla finestra, con occhi atoni ed immobili a cui però, evidentemente, non sfuggivano i miei andirivieni nel territorio divenuto loro. Io passavo, in punta di piedi, con ampi giri, veloce, istintivamente trattenevo il respiro, versando acqua dagli annaffiatoi per la concitazione; macchè, quella di guardia dava l’allarme e le altre uscivano fuori e cominciavano a tentare una formazione d’attacco, girando inconsistentemente in cerchi imprevedibili e, distraendosi, strepitavano: "dov’è!? Dov’è!?". Un paio di volta ero sulla rotta, mi hanno trovato e pizzicato. Una strana puntura, senza pungiglione, come una scossa elettrica. Chissà se era un avvertimento o la loro unica arma, raffinata, quasi indolore e hi-tech, tipo bomba intelligente. Piacevole però no. Forse il peggio sarebbe potuto venire. Insomma: era necessario ucciderle. Ed io le ho uccise. Me lo continuo a ripetere: era necessario, ma che dico: indispensabile ucciderle, non c’era altro da fare, nessuna alternativa disponibile, bisognava farlo, la convivenza impossibile, un sogno da romantici. Ho aspettato che, dopo il tramonto, rientrassero tutte nel nido. La prima a cadere è stata quella di guardia. Necessariamente. La realtà impone, noi agiamo. Così si cresce. Molti dicono: "si matura". Un passo dopo l’altro, all’inizio con equilibrio incerto, sorretti da incoraggiamenti e mani premurose, acquisiamo poi maggiore autonomia nel precipitare nell’imbuto della necessità, alcuni planandoci con un elegante volo d’angelo, altri piantando le unghie sulla superficie liscia. Il collo stretto poi è quello lì, lo sappiamo.
Beh… all’Osmannoro ci ritrovammo lì che ci sembrava di essere ancora sull’orlo dell’imbuto, seduti con le gambe penzoloni a sbirciarci dentro, parlottando fitto fra di noi di tutte quelle cose che l’onda lunga dell’adolescenza ci spruzzava ancora fin dentro la bocca. Ci avevano mandati lì, un gruppetto; noi, senza tante domande, c’eravamo andati, con divertita sorpresa a ritrovarci in un enorme deposito preso in affitto, nel bel mezzo di una piana dove, al tempo che fu, i Medici erano andati a caccia di anatre ed all’epoca dei fatti qui narrati già iniziavano le cacce al 3x2 nei primi ipermercati. Avvallamenti, sterri, canali, lasciati da nuove costruzioni o per disordine, consentivano ancora l’affiorare di antiche pozze d’acqua, graziando giunchi e canneti delimitati da lattine, qualche salice fronzuto come da contratto e rimpolpato da buste plastiche, condomini di rane da dove, in un opalescente mattino di fine inverno, spiccò il volo, ritaglio di una copertina patinata, un fenicottero, rosa confetto.
Il deposito era sotto il livello della strada, occupato per la gran parte da altissime scaffalature fissate con enormi viti su su fino al soffitto. In ordine numerico stretto: penso migliaia di faldoni (mai sentita prima questa parola: contenitori per documenti. Accr. di falda; falda: dal gotico "falda" piega), tutti di un unico colore marroncino spento, ma che, in massa compatta e svettante, riverberavano una imponenza e seriosità accusatrice da cattedrale. Nei faldoni: DM. Di color rosa. Stinto. Tutti acquisiti, mi si diceva, truci. In service. Boh. Che c’entravamo allora noi? Eravamo una task-force. Nel senso…? Bisognava tirare fuori RS, RA ed FS. Ah… La nostra bussola sarebbe stata lo stampato (stampante ad aghi, con i forellini ai lati) che ci avrebbe indicato numero di faldone e progressivo del DM da tirare fuori e mettere da parte, proprio perché era un RS, un RA o un FS, la carogna. E poi…? Poi basta. Vabbè… Guarda che ti pagano anche la missione, oraria, ma, insomma, bei soldini. Si, certo…
Tutti intorno ad una lunghissima scrivania eravamo seduti noi 5, i nuovi, e 4 vecchi, coordinanti o, visto il rapporto numerico, sorveglianti. Diligentemente iniziammo a fare i nostri primi mucchietti di RS, RA e FS, con crescente velocità e perizia, tranquilli ci inerpicavamo fin sui più alti ripiani delle scaffalature, quasi sempre senza scala, free-climbing, a tirare giù faldoni ed a rimetterli su, lanciandoceli l’un l’altro, come P. ci aveva detto che faceva anche lui quando andava a raccogliere meloni, lui, così gracile, occhiali e mento puntuto, giacchetta agganciata all’indice, libro nella tasca. Soffriva nel silenzio consentito dalla selvaggia solidarietà in cui provavamo a fermarlo, per l’amore lontano, per una grave situazione familiare, per amici lontani, per la sua biblioteca lontana. Soffriva senza mezze misure, si annegava nei faldoni, riemergeva ancora vivo stringendo fasci di RS, RA o FS grossi come meloni, perfettamente allineati ed in ordine, voleva subito tuffarsi in un altro, gli RS, RA ed FS turbinavano intorno alla figura minuta, lo proteggevano in una bolla rosata fino al sabato, dove veniva puntualmente crono-trasportato in una percezione flessibile del tempo, da sabato a sabato, uno spazio compresso come DM in faldoni. Col tempo applicò tutta la sua indifferenza all’acquisizione DM, forte della rapidità digitale del pianista (davvero bravo) che era. Acquisì e impacchettò e ordinò e compilò modelli riassuntivi e archiviò DM senza respiro, parlando poco, triturando fra le sue dita dati su dati, con brevi e scherzosamente disperati lamenti, nulla di più, salvaguardandosi con frasi tipo Bartelby lo Scrivano: "Preferisco di no", "Forse", "Certo, può essere…". A volte parlavamo di libri, film, cose così. Acuto, colto senza esibizione, intimamente partecipe, lo ascoltavo per ore. In più: rifuggiva il sotterfugio, quello che in Toscana chiamiamo "lacchezzo" (quasi un anagramma di "che lezzo"), la menzogna, il mettere gratuitamente alla gogna, il gonfiarsi come una zampogna, il ridurre all’osso, l’infilare la testa nel fosso… Fu trasferito per ultimo, dopo 9 anni. Dopo tutti gli altri. Mi verrebbe da dire "necessariamente", ma ho già giocato sopra a trovare assonanze e concordanze senza perdere di vista le verosimiglianze e, di stramacchio, la realtà.
All’epoca dei fatti qui narrati, ordunque, accumulava RS, RA ed FS, sotto lo sguardo preoccupato dei vecchi, che facevano distinti mucchietti anche loro, anche se un invisibile campo magnetico li accomunava e li sottraeva al nostro. Da adulti si domina il sottinteso, il non detto e si può davvero non annoiarsi con Harold Pinter. Ma ci vuole esperienza, una certa esperienza. Personalmente mi ci sono voluti una ventina di anni. A capire. Per il dominare non credo di esserci tagliato. Nella claustrofobica, pinteriana (c’è sempre il lettore colto da vellicare) ambientazione del deposito sotto livello-strada dell’Osmannoro appresi un qualche rudimento dell’arte non del dominio (ripeto: proprio non ci sono tagliato), ma del cercare una via di fuga (lettore colto, tu che puoi e sai, cogli la raffinata citazione, orsù) o, al massimo, di difesa. Anche io, particolarmente ritardato, da brandelli di discorso, braccia spalancate, teste basse e ciondolanti come se dolessero nel contemplare ineludibili necessità, captai che poi, quando, da chi, come, dove, perché, entro quando, etc. gli RS, RA ed FS sarebbero dovuti essere "definiti". La stessa parola, scultorea e muscolosa, confermava l’intuizione che persino noi nuovi contemplavamo attoniti: un lavoro ciclopico, al cui cospetto il nostro era solo un pallido preludio. Solo un’altra task-forse avrebbe potuto far fronte alla bisogna e noi nuovi non avevamo certo le conoscenze e l’esperienza necessarie. Per ora: aprire faldoni, cercare RS, RA ed FS, ammucchiarli, torreggianti, in pile e legacci; alla fine in altri faldoni.
Per 6 mesi accumulammo RS, RA ed FS nello stanzone dell’Osmannoro, interrotti solo dal trillare del telefono che insistentemente cercava la ditta Colafer, precedente inquilina, ora proprietaria di una palazzina accanto, dopo il fosso. Cotanta armonia era disturbata forse seriamente solo dal perdurare dei problemi di alloggio, variegatamene risolti in via solo provvisoria. Fui protetto dalle intemperie da svariati posto letto in camera per due, uso cucina (io e P. dalla sig.ra C. abbandonata dal marito ricco, vizioso e rampante imprenditorello; io ed uno studente pugliese, costante nei pediluvi più che nello studio; io e Frank l’americano in fitto presso un cupo proprietario di tre bar; etc.), sempre al prezzo di cartello: L. 250.000 (ne guadagnavo L. 550.000).
Fantasticavamo di una casa fatta con i faldoni e con morbidi giacigli di RS, RA ed FS. Non ricordo chi aveva persino letto che la carta protegge dal fall-out atomico, altro che casa, un rifugio antiatomico di faldoni, RS, RA ed FS ci si poteva fare. Qualcuno altro, precorrendo, già si ristorava da frettolose e fortuite visite all’amata (in) patria, approntando tane scavate fra faldoni e scaffalature, ritratti nei più remoti recessi dell’archivio, sontuoso, ferale e polveroso, come si conviene ad una tana segreta.
Il vecchio G. ce lo diceva e ripeteva: fate come me, fatevi furbi, è fondamentale, necessario, compratevela la casa, che poi vi troverete bene. Con prudenza, con spizzichi e bocconi disseminati lungo i 6 mesi, ci rivelò i fondamenti dell’arte di comprar casa. Dunque, si procede così: dai l’anticipo (magari fai un prestito) e ti installi in casa. Siamo precisi e circostanziati: dai l’anticipo e ti installi in una stanza della casa. Nelle altre stanze tanti bei posti letto da affittare a supplenti, trasferisti, neo-assunti. Così ci paghi il muto, anche due. Mi raccomando: senza uso cucina, eh… Partendo così, dal poco, lui era diventato un vero esperto, raffinato rapporti, trovato canali preferenziali, accumulato i piccoli trucchi che avviano dal mestiere all’arte, non tutto rivelabile plaffete, a gratis, al primo venuto. Lui così ci si era costruito un piccolo regno immobiliare, due appartamenti (o tre, non ricordo, non riuscivo ancora ad invidiare la ricchezza), uno proprio al centro, è roba, continuava a vivere in una stanza, ad annotare colonne di cifre e dati su una piccola agenda che poi richiudeva con uno scatto secco e mani congiunte a nasconderla meglio da quella indiscrezione che cercava guardandoci negli occhi e dondolando il capo ad assentire a se stesso, scotendo polvere dalla giacca, che non era più quella a quadri, l’aveva cambiata con un’altra, il porgitore di sedie direttive, un’altra che mantenne per sei mesi. Quando il direttore ipnotista venne a congratularsi con noi per l’ottimo lavoro svolto (RS, RA ed FS) ed a segnare la prima vera svolta della nostra carriera, con giacca nuova, G. gli porse, solerte e solenne, una sedia.