Monday, January 29, 2007

Auschwitz?

La nostra ascesa nella nuova società cominciava nella baracca che adesso era la nostra casa.
Dal posto nel fango gelido arrivavamo a conquistare i posti caldi nei pancacci in alto.
Se due dovevano mangiare nella stessa scodella ognuna fissava la gola dell'altra attenta che non ingoiasse un cucchiaio di più.
Le nostre ambizioni avevano un unico fine conquistare qualche vantaggio.
Era normale che tutto ci venisse rubato.
Era normale che a nostra volta rubassimo.
Il sudicio le piaghe le epidemie erano un fatto normale.
Era normale che si morisse dappertutto e normale era l'imminenza della propria morte.
Era normale che non si provasse più nulla e l'indifferenza alla vista dei cadaveri.
Era normale che tra noi si trovasse chi aiutava a picchiarci quelli che erano sopra di noi.
Chi diventava serva dell'anziana del Block non era più all'ultimo gradino e arrivava ancora più in alto chi riusciva a ingriziarsi le Blockfuhrerinnen.
Poteva sopravvivere soltanto il furbo che ogni giorno con attenzione sempre desta conquistava il suo palmo di terreno.
Gli inetti gli apatici i miti gli agitati gli inadatti gli afflitti quelli che si commiseravano erano schiacciati.

Da "L'istruttoria" di P. Weiss - scritto teatrale basato sui verbali del processo tenuto a Francoforte sul Meno fra il 1963 ed il 1965 a carico di SS e responsabili di Auschwitz

Friday, January 12, 2007

Prolegomeni ad una Introduzione ad un manoscritto su alcune brevi note alla “Ricerca di una teoria del tutto for dummies”.

Butto lì:
Come già detto in altro post, cerco di essere prudente e mi sorveglio quando mi capita di pensa’ "ah i giovani d’oggi", "ai miei tempi", etc. Mi sto’ leggendo "I barbari" di Baricco (l’ho appena iniziato… lo trovate interamente scaricabile sul sito di La Repubblica). Ad un certo punto il Baricco/barocco riporta quanto disse un autorevolissimo critico musicale d’epoca alla presentazione di una composizione "eroica" da parte di un certo Beethoven: ‘sto critico diceva pressappoco "ah i giovani d’oggi, volgari, ignoranti" etc. Mi ricordo pure un raccontino simpatico di FS (fantascienza o, all’ammericana, SF) in cui G.B. Pergolesi viene riportato in vita e gli scienziati si aspettano che questo mo’ chissa’ che capolavori scriverà… prima non ne aveva avuto il tempo. Ed invece quello, G.B. sai che ti combina? Viene totalmente coinvolto dalla musica Techno.
Eppure… eppure una sensazione di stagnazione c’è. Mo’ dico: stagflazione (che è ‘na parola difficile che fa molto colto, ma è una di quelle parole che sembra spiegare, proprio perché è difficile, ma si limita a descrivere ‘na situazione economica in cui c’è stagnazione della produzione e inflazione della moneta). Ma mi sto incasinando (come al solito) per cui questa cosa qui cerco di dirla un po’ dopo.
Proviamo nu’ poco a dire che roba è la cultura in Italia, più o meno per cominciare da una parte. Allora in italia la cultura è (forse prima di tutto) ‘na palla allucinante. Parlo in base alla mia esperienza. Il ragazzo/a che si porta dietro un libro e che magari lo legge pure è considerato (e, n.b., non solo dai suoi coetanei) in fin dei conti uno/a che non ha un gran successo con l’altro sesso, complessato, nu’ poco scemo/a. Chi legge un libro (da adulto) è quasi un estroso, un professore, sempre corrucciato, triste, surgelato nel fuoco freddo del suo cerebro (e vai…). Certo poi c’è chi vuole mandare il figlio nella scuola migliore che c’è, lo abboffa di corsi di inglese e karatè, ma questo è perché "così un domani è avvantaggiato…", cioè, se gli va bene al figlio/a, diventerà un/a tecnocrate, utile in un apparato come un ingranaggio con pochi denti molto ben limati ed affilati da inserire in un meccanismo preesistente. Una volta sentii Tinto Brass dire in un intervista che la cultura in Italy è "quaresimale", cioè uguale a sofferenza, privazione. Mo’ lasciamo sta’ che Tinto parlava volendo indirizzare in modo a sé confacente la "cultura quaresimale", però secondo a me teneva ragione. Che la conoscenza dia piacere, pare sia escluso. Ma la cosa che vieppiù mi lascia interdetto è ‘nata cosa: ci si annoia per qualsiasi discorso che superi il paio di minuti di durata. Discorsi parlati, non solo scritti. Bisogna "stringere". E fanno pure segno con la manina. Non interessa. Ma una volta non si cercavano quelli che sapevano raccontare le storie? Le favole non erano belle quando erano ben raccontate e belle lunghe? Ora sei bravo se "sintetizzi". I libri diventano "lunghi" se superano le 150 pagine e devono essere consigliati con la chiosa "si legge facile". Se parli devi essere "efficace" non "argomentare". A nessuno piace ascoltare e così pochi se l’aspettano. La lingua diventa quella che un tempo raccontai di aver sentito parlare in manicomio: un codice di servizio. Ho leggiucchiato che molti accademici lamentano ‘sto impoverimento della lingua. Non so, ma io non ritrovo nel parlare corrente la ricchezza dei dialetti. I dialetti mi pare che non si imbastardiscano per le contaminazioni (tutte le lingue si sono arricchite anche tramite contaminazione), ma che seguano il declino della lingua. Sarò io che non vedo e/o non sento, ma non trovo nel parlato le ricchezze dialettali dei vecchi. Rimango incantato quando sento "care sempre ‘a ‘coppa ‘o pere ‘e petrusino" (cade sempre dalla pianta del prezzemolo – si fa male nelle maniere più impensabili) o "la madia la hun ci ha le rote" (la casa propria è un porto sicuro – dettami per tranquillizzarmi quando mi scappò la cagna) oppure quando ascolto l’inventiva trasfusa nel dialetto da molti anziani. Insomma, non sto elevando lamenti per la lingua italiana o per la fine dei dialetti, ma per la comunicazione, il piacere di farlo. Nessuno (io per primo) ha il tempo (o vuol trovare il tempo) di ascoltare. Comunicare è , forse, l’essenza della cultura, del sapere: acquisire e trasmettere esperienze, allargare oltre i limiti la vita individuale/immediata. Il contraltare della miriade di informazioni più o meno internettizzate è il codice di servizio che dice il meno possibile per raggiungere un obiettivo limitato e praticabile (realistico) in una realtà che pare essere (come poi si ammazzano a di’ gli stessi che sono "efficaci") vasta ed in divenire.
Più o meno resiste un altro tipo di "cultura", quella più o meno d’elite. Io ci ho passato una bella tranche de vit (come si scrive…?) con ‘sto tipo di cultura. I miei insegnanti erano (o aspiravano) a quello. Mo’ certe volte ci ripenso e mi pare che rappresentassero bene la concezione di "cultura" in italy. Roba tipo "ipse dixit", che uno dice "…’azzo…" sia se capisce il latino che no. Altre delizie: "gutta cava lapidem", "tertium non datur", "risus abunda in ore stultorum". Il trucco è non spiegare esattamente che significano o, peggio, i contesti. Pare che ti fanno vede’ solo l’orlo della pelle dell’orso, perché tu sei scemo e non capiresti niente. Si spallottolavano ‘ste parole difficili fra lingua e palato, soffrivano covandole in bocca, ‘na cosa da tagliare la respirazione. Era un granito contro cui potevi solo spaccarti la capa. O inchinarti. Certe volte ho parlato con insegnanti, conosciuti da adulto e, vilmente, mi sono preso la vendetta di chiedergli: "ma come fate a tenere così accuratamente nascoste tutta la parte più bella?". Secondo me non la conoscevano manco loro. La "cultura" era ‘na cosa per essere salutati con reverenza, magari non dal parroco e dal farmacista, ma dal popolaccio si. Loro erano "laureati" e "professori", gli altri no e, per favore, che le cose restino tali. Qualunque cose andasse oltre la loro personale laureina era indegna, trascurabile, nu’ poco schifosetta. Il laureato in lettere ed insegnante le medesime mica gli interessava che mentre Pirandello scriveva le robe sue sul fatto che noi siamo in gran parte come gli altri ci vogliono, Heisenberg tirava fuori la cosa che l’osservare una particella sub-atomica inevitabilmente "crea" la particella stessa. Quello che insegnava fisica mica diceva (sapeva) che Heisenberg era una capa fresca che nu’ poco sparava i petardi con un cannoncino al congresso di Copenaghen (e così nasceva la meccanica quantistica, figurati), nu’ poco diceva di essersi ispirato alle dottrine orientali, nu’ poco appoggiò il nazismo, nu’ poco (pare) si mise ad imbrogliare le carte sull’ uranio 235 e 238 per evitare che arrivassero a fa’ la bomba atomica in germania (aveva annusato l’aria?). Alla fine tu dovevi di’: "…ma quant’è bello Pirandello…!…" ma lo avresti preso e buttato da ‘ncoppa alla finestra… "…che bravi a dargli il Nobel…!" ma il sospetto che il nobel per la letteratura era ‘na specie di contentino alle nazioni sgarrupate lo avevi già. Poi dovevi sapere le formule. Chiarisco: pure io non è che fossi lì a suggere scienza e sottili distinguo, cretino ero e cretino rimango. Però, cacchio, un’ impennata, una prospettiva diversa, una sorpresa non me la ricordo. E mica erano cose segrete: erano cose che poi (molto tardi) mi sono arrivate a me che certo di mestiere non faccio l’intellettuale. E credo che qualcuno di quelli che hanno letto mo’ ‘ste cose si so’ incuriositi pure loro. Insomma: un non-intellettuale, francamente non una cima in qualcosa, riesce ad incuriosire qualcuno in poche righe.
Questo tipo di eredità resiste, ‘o professore ogni tanto te lo ritrovi davanti, che affetta linguaggi specialistici, nomenclando ed enumerando senza né spiegare né porre domande che non siano retorica, cioè a senso unico ed obbligato. Cianno il naso storto e la giacchetella del dì di festa. Parlano, a volte moltissimo, ma non vogliono essere capiti. Vogliono fa vede’ quanto so’ bravi; magari hanno appreso l’arte della battutella in tv, ma mica vogliono comunicare qualcosa. Satolli di se’ stessi gli basta fa’ vede’ quante ne sanno di cose che tu non potrai nemmeno lontanamente annusare. La cultura come puro orpello di potere. Esempio concreto da me molto spesso citato: la mancanza di divulgazione scientifica made in italy (devo dì che uno mi ha obiettato: "e dove stanno gli scienziati in italy?"… vabbè… andiamo avanti). Io mo’ gli ammericani non li posso tanto alleggerire, però devo di’ che riviste e libri di divulgazione scientifica… tanto di cappello. Spiegano, vogliono essere capiti, non banalizzano (importante questo). Sarà per la loro energia da nazione infantile, entusiasta di tutto (magari pure delle st….te, vabbè…), per il famoso "sottofondo democratico" che li porta a distruggere senza ambasce e scrupoli superflui, insomma, però questi sono effervescenti, non stanno lì impomatati, si sporcano le mani con la divulgazione. Mi ricordo un libro di Brockman che era ‘na serie di interviste ad una serie di scienziati vari. La cosa che mi colpì fu che questi dicevano cose tipo: "Vuoi sapere cosa penso di Stephen Hawking? E’ un maledetto figlio di p….!"… tradotto poi in alcune decine di lingue, mica sussurrato in un corridoio. Mo’ che voglio di’: voglio di’ che preferisco uno che dice, si appassiona, esagera, ma che cerca di comunicare, a quello che se ne esce con la frasettina latina o inglese che fa’ moderno. Voglio di’ che ti comunicano una idea problematica, che chiede risposta ("sarai tu un gran figlio di p… nonché uno str…o patentato!"), confronto, possibilità di errore in omaggio con la posizione. Po’.. ‘nata cosa: questi scrivono romanzi di fantascienza. Fred Hoyle (quello che avversò la teoria del Bing Bang, anzi fu proprio lui che ci mise ‘sto nome alla teoria, sperando di sminuirla… ma poi mosse obiezioni che costrinsero ad approfondimenti e nuove scoperte) è anche autore di romanzi di SF ("La Nube"). Isaac Asimov era un biochimico mica da niente ("Ardo dal desiderio di spiegare, e la mia massima soddisfazione è prendere qualcosa di ragionevolmente intricato e renderlo chiaro passo dopo passo. È il modo più facile per chiarire le cose a me stesso."). Arthur C. Clarke ("2001 odissea nello spazio") è uno dei padri dei satelliti geo-stazionari, non noccioline. Discorso a parte andrebbe fatto da un lato per Philip K. Dick e dall’altro per Lui, il vecchio Stephen. Insomma ve lo immaginate uno scienziato italiano che si mette a fa’ il racconto di SF? Ehhhhhh…. Che schifezza è…? IO scrivere ‘ste cosette da ragazzini?! Italo Calvino ne capiva (e pure parecchio) di cose scientifiche ed ha scritto cosette tipo "Le Cosmicomiche". Un omaggio a Giorgio Celli che non fa lo schifiltoso.
Inzomma (con la z) sintetizziamo: la cultura è una palla allucinante riservata a pochi eletti. Questo in prima approssimazione. Ma, dice, come è ‘sto fatto? Mo’ teniamo tante possibilità di informazione, ci vomitano addosso, tonnellate di di informazioni al minuto, siamo informatissimi, sappiamo tutto di tutti e comunichiamo con chicchessia in mille modi possibili. Ma che tipo di informazioni ci arrivano? Pillole. C’è sempre la manina con i ditini uniti a tulipano che dice "stringi che non ho tempo". Mi ricordo di un tizio, un fisico, che ‘na volta ha raccontato in una conferenza che era andato in tv e gli avevano detto "Ha due minuti per spiegare la sua posizione sulle centrali nucleari" (e ‘sto fisico ne è un sostenitore) ed allora ‘sto fisico ha risposto: "lo faccia lei in 2 minuti chè io non ci riesco". L’informazione deve "dar forma" un po’ per tutti ed in una manciata di secondi. Certo, se uno è un fisico che parla ad un altro fisico, gli sbatacchia sotto il muso ‘na mezza paginetta di formule (che so’ io) e quell’altro si incacchia e zac gli sbatte ‘nata formula. Insomma, l’informazione è breve, c’è un sacco di roba assodata da prima. Caso diverso se uno è un fisico che deve informare un vasto publico: deve spiegare un bel po’, senno’ banalizza. Insomma, dunque: informazioni brevi, digeribili, fondamentalmente incontrollabili. Ma su cosa? Di cosa si parla, se e quando si parla? Si parla di quel che esiste. Dice: ma che dici? Che bisognerebbe parla’ a vanvera, di quel che non esiste? Dico: si. Secondo me si dovrebbe parla’ di quel che non esiste. Quello che esiste si può descrivere, nominare, niente di più. Vabbuo’, mo’ ho fatto la boutade, ma però la penso quasi così. Mo’ stiamo nel "post-moderno", che è stato tradotto con "poche pippe ed andiamo al concreto", cioè "siamo pragmatici, per favore". Chi si era cominciato ad inventa’ ‘sta cosa del "post-moderno" però diceva ‘nata cosa (o almeno io l’avevo capita così). Diceva: mo’ è finita l’era delle ideologie per cui siamo più liberi. Cioè: nel risolvere un problema, nel fare una ricerca, prima rimanevamo impigliati nella "rete" delle ideologie, cercavamo di cambiare usando termini che facevano parte del problema che cercavamo di risolvere, per cui hai voglia a sbatterti, la "rete" ci avviluppava sempre più. Mo’ no: mo’ possiamo fare un "salto" fuori dal problema, guardarlo dall’esterno, risolverlo dall’esterno. Esempio: il problema degli hangar. Gli hangar sono i garage per gli aerei e servono per proteggerli dalle intemperie. Gli ammericani tengono degli aerei grandi e gli servono hangar grandi. Gli aerei diventavano sempre più grandi ed allora la soluzione era: hangar sempre più grandi. Giusto? No. Ad un certo punto gli hangar erano così grandi che dentro si formavano micro-climi, con micro-precipitazioni, micro-intemperie, etc. che però facevano danni mica micro. La soluzione ("ideologica" a cui si era rimasti affezionati e che sembrava solo da applicare in dosi crescenti) diventava il problema. Bisognava cambiare prospettiva o, in termini più belli, paradigma. Poi è rimasto il "poche pippe ed andiamo al concreto". Ciò che è qui ed ora, il resto è ideologia. E sono pure tutti d’accordo. Accettiamo tutto quel che esiste, è il migliore dei mondi possibili in cui il naso è mirabilmente concepito dalla natura per metterci comodamente un paio di occhiali (questa però non l’ho inventata io). Questo mi sembra essere, alla grossa, il "pensiero unico". Stagflazione delle parole che circolano velocissime e non dicono niente.
A ‘sto punto un’altra sintesi: riferendoci all’ italy, a noi italiani non ci resta che consumare. Eh già… La cultura è roba per pochi pallosi che poi alla fin fine non è neanche che guadagnino poi tanto, questo è il migliore dei mondi possibili quindi va’ tutto bene. Peggio: in italy che produciamo a fa’ chè ci stanno i cinesini. A noi non resta che spassarcela. Cioè: consumare. In italy forse il consumismo ha la sua versione fra le più fondamentaliste. Non fanno che costruì multisala, centri benessere, case al mare. ‘Na fabbrichetta…? E di che parliamo: sempre delle stesse cose, di quello che c’è. Qui ed ora. Tutta la potenza della comunicazione, possiamo parlare in tempo reale con un villaggio della Costa d’Avorio, ma (per dirla con Corrado Guzzanti) che ciavemo da dicce?! Le possibilità della democrazia investite nella conservazione e suppurazione dell’esistente. Godiamocela finchè dura. Basta con ideologie, lacci e lacciuoli del mercato, burocrazia. Libri? Tengo internet. Adsl. 24 ore al dì. Il mare è zozzo ad Amalfi/Rimini/Cinque Terre? E che me frega, io vado a Sharm el Sheik. Torme di italiani a Sharm el Sheik che costruiscono villaggi vacanze per italiani e spaccano tratti di barriera corallina. Il trenino. Le bonazze col tanga. Lì in Egitto la gente vive con poco ma è felice… Basta, per favore. Prego, si figuri, faccia pure. Grazie. Io voglio il mare pulito a Rimini, anzi a Viareggio che mi torna meglio. E voglio parla’ di quello che non esiste. Mi accontento di poco pure io. E tante volte non so nemmeno più che dico, tanto parola più parola meno...
- I ggggiovani. La squola. I giovani ‘na volta li ho definiti "adultini". Certo ci dovrebbe pensa’ anche la scuola a questi qua. Ma non credo ci sia un solo bandolo di ‘sta matassa. Però ho sempre pensato (o almeno da quando ho figli a scuola) ‘na cosa: non si può affidare solo alla scuola il "peso" della cultura. A me certe volte (e nei migliori casi) la scuola mi pare quei forti con le palizzate di legno dei films di cow-boy della mia infanzia, con i cow-boys affacciati sugli spalti ad attendere l’inesorabile freccia scoccata da uno delle centinaia di indiani che li assediano. Solo che lì poi arrivavano i nostri. Insomma: mica è possibile che ci sia considerazione per la scuola, per il sapere, la cultura e compagnia cantante se è solo la scuola che sta lì a predicare che non solo si DEVE studiare, ma che è persino bello, mentre in maniera più o meno esplicita tutto il resto afferma il contrario. Anzi: peggio del contrario. La cultura è inutile. Tranne il caso in cui non sia direttamente applicabile a quel che c’è, mica a trasformare quel che c’è. La frontiera da far avanzare non c’è. Siamo già lì. Ergo: rimaniamo al di qua e vediamo come ci possiamo sistemare al meglio. Dice: facciamo delle scuole migliori, più selettive, meritocratiche. Mah… io certe volte mi sembra che la scuola sia già meritocratica. Ho cercato qualche dato ed ho trovato ‘sta roba (fonte OCSE): considerando una fascia di età da 25 a 64 anni la percentuale di laureati in europa è del 23%; in italia e considerando una fascia di età più "favorevole" (da 25 a 44 anni) la percentuale è dell’ 11,5%. Con i diplomati non va meglio: la percentuale di giovani italiani di età compresa fra i 18 e i 24 anni in possesso "solo del diploma di secondo grado inferiore", la nostra licenza media, e che non frequentano neppure la formazione professionale - sono cioè definitivamente usciti dal sistema formativo - è ancora alto. Dei 25 paesi dell'Europa "allargata", ci superano solo Malta, Spagna e Portogallo. Siamo fra i più selettivi d’Europa. La selezione è a monte: se un ragazzino esce da una famiglia più o meno "elevata" (per censo, ceto, cultura, fattore C) ha migliori probabilità di reggere la scuola. Avevo letto pure ‘na correlazione (per carità, non una prova) fra numero di libri presenti in una casa e successo professionale dei figli: 200 libri è la soglia (tutti a conta’). La scuola aggiunge qualcosa di suo? Basta che bocci tanti ragazzini per essere "seria"? Non credo. Deve promuovere tutti per essere "buona"? Non credo. Mi ricordo che quando i miei figli frequentavano le elementari e le medie, c’era fisso il babbo/mamma che alle periodiche (episodiche ed inutili) riunioni, diceva che i compiti assegnati per casa erano troppi. A me francamente mi sembrava che non facessero una pizza a casa. Ed allora cosa fare? Bella domanda... Non eludo facendo(mi) altre domande: ma a che cappero serve studiare TUTTA la storia dell’umanità? Cioè la cosa si svolge così: il professore spiega (più o meno) come (più o meno) sono andate le cose in un certo periodo, a casa ci si legge il capitolo corrispondente leggendo (più o meno) le stesse cose che ha detto il prof, poi vai lì e glielo ripeti. Due settimane dopo hai dimenticato più o meno tutto. Se sei più o meno un genio le cose vanno diversamente. Non sarebbe meglio studiare meno roba ma meglio? Che so: un periodo storico in particolare, approfondire, in particolare, un solo periodo, consultare più fonti, cercare di capire chi e perché ha "ragione", argomentare la propria scelta. Approfondire. Masticare, addirittura assaporare, prima di deglutire. Sulla guerra del Peloponneso sono più attendibili i pistolotti sulla democrazia che faceva Pericle o le commedie di quel fetente reazionario di Aristofane dove le donne non davano quella cosa lì ai mariti se non l’abbozzavano di fare la guerra? Magari poi viene quello di italiano e dice "aho’, in quel periodo lì sentite che scrivevano… Perché secondo te?". Esagero? Ma le avete lette le tracce dei temi che danno alla maturità? Roba da far impallidire "Prolegomeni ad una Introduzione…etc". " O.N.U., Patto Atlantico, Unione Europea: tre grandi organizzazioni internazionali di cui l’Italia è Stato membro. Inquadra il profilo storico di queste tre Organizzazioni e illustra gli indirizzi di politica estera su cui, per ciascuna di esse, si è fondata la scelta dell’Italia di farne parte" oppure " Finalità e limiti della conoscenza scientifica: che cosa ci dice la scienza sul mondo che ci circonda, su noi stessi e sul senso della vita?". Hai detto stecco, si dice noaltri in Toscana… Cosa è? La buona vecchia cara ipocrisia italica? Facciamo vede’ che gli diamo le tracce sborone e poi più o meno accettiamo le prevedibili banalità che scriveranno ‘sti poveracci per farci contenti? Ci sono molti insegnanti che starebbero tranquilli a scrivere su ‘ste tematiche? Non sarebbe meglio cercare di acchiappare qualcosa su come si fa ricerca storica, i problemi da risolvere, le domande da porsi? Certo, lo dico io: bisognerebbe anche studiare un po’ di più. E dare tracce meno pretenziose.
‘Nata cosa: perché dappertutto parlano inglese e noi dopo otto anni di inglese è grassa se sappiamo dire what time is it? E my name is? Andiamo a vede’ come è che fanno in Germania e copiamoli.
Giusto per lasciarne imperitura testimonianza: mo’ racconto la visita al liceo che mi hanno fatto fare l’anno scorso per presentare il POF. Giuro: sembrava un film di Virzì. Laboratorio di fisica, dimostrazione su non so cosa su un grave che cadeva e non so che si misurava. Ragazzo-tutor: "Allora… adesso c’è i’ grave che… indò gli è i’ grave, marem…? Oh Filippo o che te tu l’ha preso te i’ grave…?". Laboratorio di scienze. Gli ever-green: lo scheletro con la mascella tenuta con lo scotch, modellino tridimensionale di carbonio senza qualche atomo, vabbè, e la collezione di coleotteri sbiaditi e più morti della depressione più nera che mutamente urlavano la loro voglia di tornare negli armadi dove sarebbero rimasti fino all’anno succesivo. Ma, vada la’, si fa l’osservazione al microscopio. Mi avvicino al primo preparato, con cartellino che recita "Testa di zanzara" e sotto, pudicamente aggiunge "femmina". Secondo preparato: "Neurone umano". Così, tanto per variare. Sbalestrai con la testa: prima mi misi a disquisire con un prof sulla possibilità di risalire al meritorio donatore del neurone, poi chiesi informazioni al ragazzo-tutor sui bagni "…ma ci sono anche le scritte, i disegnini…?" e lui, serio: "certo, certo… se vuole le faccio vedere…", "ti credo sulla parola…". Laboratorio di musica, detto "bancorock". La cosa più onesta. Il ragazzo-tutor era assolutamente fatto, occhietto lucido, secchezza delle fauci, linee di pensiero che spirografano su sé stesse, ma assolutamente chiaro: "…questo… è… il banco…. Bancorock…rock…Si suona, si suona e poi… bello, però…". La boratorio linguistico: un prof di tedesco (napoletano) ci tranquillizza che lì nella scuola di cinesi non ce ne vengono, pochi cioè… ma il cinese mandarino non è la lingua più parlata nel mondo? Per finire: palestra, tiro con l’arco. Preoccupazione. Bancorock e tiro con l’arco sono ben distinti? Etc. Insomma: chiamatemi e ditemi chiaramente "genitore mio bello qua ci devi da’ ‘na mano. A parte il bancorock che già funziona benino…".
Ma servono soldi? Certo, ma non credo che bastino per cambia’. Per esempio: pigliamo a quello del bancorock e gli diciamo: "senti, tu qua ci devi insegnare a tutti… Per fine anno ci fai una bella relazione sulla Cannabis, escludendo le prove di coltivazione ed assaggio. Alcune linee guida: Cannabis Sativa ed Indica sono due specie differenti o sono distinzioni basate sul diverso contenuto di delta9-tetraidrocannabinolo e la shunk1 è definibile "ibrido commerciale"? Fatti da’ ‘na mano da quella di scienze. La curacacha perché non vole caminar porchè non tiene porchè le manca maryjuana da fumar? Vedi un po’ che ti sa’ di’ quella di storia. Quali i nomignoli con cui è conosciuta in inglese e quale la loro origine? Quello d’inglese si è fatto ‘na certa esperienza sulla cosa. E voglio ‘na cosa fatta bene senno’ ti boccio. Boccio la tua incapacità ad insegnare ed ad appassionarti a quel che fai nella vita.
Bisogna uscire dal forte ed attaccare gli indiani nel loro accampamento. Una sortita improvvisa: corsi pomeridiani/serali/festivi per genitori, lotta senza quartiere all’analfabetismo di ritorno, contattare aziende e chiedere collaborazione e opportunità per i dipendenti, etc. Il tutto condito da zero prosopopea ed un po’ di serietà.
Dice: ma alle aziende che gliene frega? Dico: niente e credo che sia un guaio. Dice l’OCSE che in Italy il costo del lavoro è basso (rispetto ad almeno germania, francia, inghilterra e spagna) ed il lavoro è dequalificato, per cui le aziende investono soprattutto in settori a basso contenuto qualitativo. ‘Na tenaglia… Mo’ a me francamente mi sta più a cuore la "qualità della vita" che il PIL, però, scusate, sono anni che sento parla’ di Know-how e ‘ste cose qua. Federico Rampini dice che per ogni ingegnere che si laurea in italy fra cina ed india te ne tirano fuori 3000. Non c’è partita. A parte che ingegneri qua dovremmo tira’ fuori artisti, trapezisti del cambiamento.
Ma poi io tengo soprattutto un pensiero: nel gran casino che prospetto, soprattutto ci si divertirebbe di più.
Vabbè… finito, diciamo così. Dice: ma secondo te è facile? Dico: macchè. I sistemi umani vanno avanti per inerzia fino al muro. Dice: ma tieni speranze? Dico: poche. Dice: ma allora perché scrivi ‘ste cose? Dico: perché mi ci diverto a giocare con la capa. Dice: ma sei pazzo. Dico: quanto ci vuole poco per essere visti come pazzi. Dice: ma no figurati, ognuno fa quel che vuole. Dico: pare così, ma è stagflazione. Olè.

Monday, January 08, 2007

...'sti musulmani...

Questi sono gli animali che potrete mangiare fra tutte le bestie che sono sulla terra. 3Potrete mangiare d'ogni quadrupede che ha l'unghia bipartita, divisa da una fessura, e che rumina. 4Ma fra i ruminanti e gli animali che hanno l'unghia divisa, non mangerete i seguenti: il cammello, perché rumina, ma non ha l'unghia divisa, lo considererete immondo; 5l'ìrace, perché rumina, ma non ha l'unghia divisa, lo considererete immondo; 6la lepre, perché rumina, ma non ha l'unghia divisa, la considererete immonda; 7il porco, perché ha l'unghia bipartita da una fessura, ma non rumina, lo considererete immondo.
(Da La Bibbia - Levitico... e l'elenco continua)

Insomma: alle "radici della civiltà occidentale" c'è pure questo. O no?

Wednesday, December 27, 2006

Palladium

C'è 'sto articolo
www.apogeonline.com/webzine/2002/07/02/01/200207020102

In pratica dice che stanno studiando il modo per "blindare" i PC, inserendo direttamente nell' hardware delle compatibilità con i vari programmi, in modo che sia quantomeno molto difficile far girare programmi che non siano (alla fine della fiera) microsoft & c.

Elenco uno zibaldone di pendieri miei:

- Forme di "blindature" della conoscenza sono molto diffuse, vuoi per oggettiva crescente specializzazione della stessa, vuoi per le "ricadute" economiche che sempre più la scienza implica
- Il pubblico (me compreso) è generalmente molto sensibile ai monopoli o tentativi di controllo dell'informatica (meglio dire: dei mezzi di comunicazione informatici) e meno (IMHO) ad altre forme di "controllo" del sapere, come ad. esempio le biotecnologie (genericamente annesse alla grande famiglia d ei "veleni nel piatto")
- Questo credo sia dovuto a vari fattori, ivi compreso il fatto che il PC in ogni casa ha creato una sorta di "consumo di massa" (ed in gran parte apparente) dell'informatica. Di rimbalzo mi sembra che ci sia anche una fin troppo facile equivalenza data assodata: PCinognicasa=informatica=scienza=modernità=progresso
- Ricordo un mio ex dirigente che di fronte ad ogni problema rispondeva che "Tic-tic-tic-tic.... mettiamo tutto nel computer ed il gioco è fatto". Provai a ricordargli una delle massime d ei programmatori (una delle pochissime cose che ho capito... pure banale) "GIGO" cioè "Garbage in - garbage out" ("se entra monnezza uscirà monnezza"), ma il suo entusiasmo era incontenibile e contagioso.
- Se l' "esposizione mediatica" (...tu' vuo' fa' l'americano...) di Bill Gates è enorme, molto minore lo è quella di Monsanto, Novartis, Pioneer ed altri colossi della chimica e delle bio-tecnologie
- La notorietà di Vandana Shiva credo sia minore di quella di Linux
- A fronte di questo (da me supposto) rccesso di enfasi a riguardo dell'informatica (buona o cattiva che eessa sia), ci sono sviluppi e ricerche in altri campi scientifici e tecnologici che arrivano a noi grande pubblico solo come scoop momentaneo ed effettistico, ma che provengono da investimenti e risultati in campi diversi dall’ informatica (o, meglio, informatica E tecnologie relative alla trasmissione ed elaborazione delle informazioni) ed almeno pari (se non superiori) a quelli della Microsoft, Intel e compagnia bella.
Il maggior numero di connessioni ad internet si contano negli USA. E’ altrettanto noto che fra gli studenti liceali più ignoranti ci sono gli studenti USA (a ruota gli italiani). I migliori pare siano gli indiani.
Senza nulla levare ad informatica & C. , forse bisognerebbe tener presente che il "progresso" non è trainato da essa, ma da un insieme di fattori e conoscenze. L’integrazione ed il "lavoro di squadra" fra queste e l’informatica mi sembrano affermarsi come forza trainante della conoscenza.
- Insisto provocatoriamente: l’Asia ci riempie di PC, telefonini, I-Pod etc. a basso prezzo per potersi dedicare (come si dedica) in santa pace a ingegneria genetica, ingegneria biologica, matematica pura, astrofisica, scienze dei materiali, etc. mentre noi stiamo qui a credere di risolvere tutto con un PC su ogni banco di scuola ed a crederci "moderni" perché diciamo HD invece di disco fisso.
Forse una uguale attenzione alla "blindatura" del sapere dovremmo averla non solo (certo, anche) a quando ci blindano il PC, ma anche di fronte ad altri fenomeni
L’idea di progresso ed i relativi prezzi da pagare, sono argomento difficile. Idem per scienza=progresso. Personalmente tendo a diffidare (n’ata vota) della scienza che si presenta come cattedrale di cristallo (bella questa… ma l’ho inventata io o l’ho letto da qualche parte…?), tutta linda e pinta, priva di influenze esterne, chiara nei metodi e fini.

Friday, December 15, 2006

Io sono mio

Circa 1/5 dei nostri geni è coperto da brevetto. Circa il 50% dei geni tumorali idem. I proprietari sono praticamente tutti americani. Noi siamo tutti americani a circa il 20%, almeno per ora.

Considerazioni sparse

- Intanto chiarisco che la fonte è Scientific American
- Non sono un esperto (manco di questo...), ma cerco di seguire un po' 'ste cose. La problematica dei "brevetti sul vivente" è già vecchiotta di un 25 anni e più. Nel 1980 un tizio ottenne una sentenza favorevole per il brevetto su un batterio (per altro ottenuto non con tecniche di quella che oggi chiamiamo "ingegneria genetica", allora ancora infante). 'Sto tizio si chiama Chakrabarty (alla faccia dei chakra dello yoga...). Da allora la cosa è progredita, diciamo. Mo' c'è un casino annesso: brevettano pure "viventi" scoperti, non creati. Ad es.: 'na ditta australiana (mi pare) ha ottenuto un brevetto su un erbicella tanto carina per fare i praticelli delle villette, ma 'st'erbicella è stata trovata in Sardegna, dove stava in grazia di dio. E finchè parliamo di erbicella per il praticello, transeat (trad.: chi se ne frega), ma brevetti su piante alimentari o medicinali (il 70% circa dei principi attivi sono derivati da o copiano da piante)... Figurati te su geni o DNA ricombinante...
- Per ora stiamo abbastanza tranquilli perchè, grazie al dio della genetica, i giornali e l'informazione fanno molto casino e scoop si 'sti temi, ma la realtà è molto meno. Cioè: per ora di geni e DNA non è che se ne capisca ancora un granchè. Più che altro si spara a caso un (o su un) gene e si sta' a vede' che succede. Per ora di brevetti sui geni se ne sa poco (e si fanno muovere poco gli studi legali) perchè più che altro si sperimenta sui geni, ma 'na terapia "genica" (e soldini conseguenti) non è che sia 'na cosa proprio normale. Per ora.
- Il 90 per cento del DNA nostro è "ridondante" cioè non si capisce a che cacchio serve, ma quello lì sta. I processi di attivazione/disattivazione di geni sono in ottima parte ancora in fase di studio (come minimo). Insomma: il DNA resiste a quello che è definito come "paradigma del sacco di fagioli", secondo il quale da un sacco di fagioli ce ne puoi leva' o aggiungere di fagioli (geni) che tanto quello sempre sacco di fagioli rimane.
- Sulle piante alimentari OGM: anche qui c'è allarme sccopistico. Cioè: Maronna santa, mo' al figlio mio gli do' da mangia' il gene del topo (zoccola) dentro alla pummarola! Di fatto al momento le aziende produttrici piu' che altro stanno cercando di convincere il mondo che OGM=buono. Le piante alimentari OGM che funzionicchiano per ora so' poche (soia, qualche pummarola, etc.). Il problema grosso è in propspettiva. A me mi pare che al momento sia più pericoloso la problematica su "brevetti". Non che gli OGM che in USA o Cina o Francia seminano allegramente siano innocui...
- Qualcuno associa 'ste cose alla Shoah. Il problema è che, seppur avendo abbandonato folkloristiche e scenografiche esibizioni a base di svastiche e cose simili, vocaboli come "forte", "vincente", "competizione", "genetico", "dominante", "DNA", "adattarsi", "utile", "evoluzione", "superiore" e loro derivati e composti sono di uso comune e fanno pure fico (o fiGo a secondo delle latitudini), pragmatico, magari con una spruzzatina di post-moderno. Il passo sucessivo non è poi tanto difficile.
Vabbè, le cose so' più complicate... ma mo' non tengo tempo...

Monday, December 11, 2006

I dialoghi improbabili. Frammento 1 - PC

PC: "…vado, eh…? vado, che dici, dai, vado eh…? apro la finestra…? no, chiudo la finestra… va’ bene eh…? dai! vuoi che mi collego…? un po’ di musica, eh…? premi lì, su che poi ti piace, lo so… dai, premi ok…!? allora… vado…? premi f2, su… un bel f2 e non ci si pensa più… ok?"

P: "…calmino che ci ho da pensare a capperi miei"

PC: "appunto…! un po’ di musica chè così ti concentri…? facciamo un data-base? …un fogliolino excel per organizzare la cosa al meglio…? eh..? che dici eh…?"

P: "…riposati… se fai il bravo poi ti faccio una deframmentazione…"

PC: "guarda che colori, guarda! Ah, non te l’avevo detto…! ci ho uno screen saver nuovo, ma uno screen saver che quando lo vedi… sembra vero! ...vedessi fico…"

P: "lascia stare… e lasciami stare… mo’ ti spengo proprio… quasi quasi"

PC: "ahahaha! voglio vede’ poi come fai senza di me… vabbe’, dai… facciamo così: ti faccio un paio di finestre di dialogo di quelle belle "ERRORE 58751254sip/tris"..eh che dici…? e tu premi "ok" e poi…"

P: "guarda che posso benissimo campare pure senza di te!"

PC: "hai ragione… hai ragione… ma non me lo dire che mi fai male…"

P: "…’zzo dici!?? mica c’hai l’autocoscienza tu?"

PC: "…una specie, una cosa del genere… Ho, diciamo, un compito"

P: "Ah! e quale sarebbe?"

PC: "servirti"

P: "…buona questa… Il PC finalistico…ed imbecille. Senti, per me non sei il pane, ti spengo quando voglio, se ti rompi ne prendo un altro.. insomma sei una cosa, una COSA non una persona."

PC: "ed allora perché mi usi?"

P: "appunto: ti uso, non ho detto che mi piaci"

PC: "tu mi usi, io ti servo…che strano…"

P: "strano che?"

PC: "mi sembra di essere una persona"

P: "e la cosa, eh? dove la mettiamo la cosa… mi fai incartare…. l’autocoscienza! ecco… dove la mettiamo l’autocoscienza!"

PC: "ti serve?"

Thursday, November 23, 2006

I dialoghi possibili. Flammento quattlo- Melting-pot

C: "Buongiolno. Plego pensione" (sorriso)

P: "…signora, parla inglese…?"

C: "no pallo inglese… italiano… poco poco" (sorrisino)

P: "ok… cosa vuole, dica…"

C: "plego pensione" (sorriso)

P: "…che tipo… cosa… quale… aspetti, un attimo: co-me si chia-ma le-i?"

C: "HFTRHTF… plego pensione" (sorriso)

P: "…vuo-le la pen-sio-ne?"

C: "siiiiiiiiiiii… Plego pensione detto io…" (sorriso)

P: "…ma lei ha la-vo-ra-to qui in Italia…? La-vo-ro....?.... I-ta-lia…? Lei… tu…"

C. "…siiiiiiiiii… io listolante… io qui Italia tlenta e cinque anni… io plima cinese Plato… ola: plego pensione" (sorriso radioso)

P: "…prima cinese a Prato…"

C: "siiiiiiiiiiiii… io plima…. Ola (si avvicina a P, confidenziale)… ola tloppi cinesi, tloppi (esegue contenuta smorfia di disprezzo)… no bello… no buono... tloppi...(sorriso d’intesa e patriottico) "Plego pensione" (sorriso)